99 piccoli passi

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New York, aprile 2014. Brian Baker fa ritorno negli Stati Uniti dopo un lungo periodo trascorso in Italia. Il suo sogno di studiare arte è stato coronato grazie alla generosità di una vicina di casa, la cui storia d’amore affonda le radici proprio nel Belpaese durante la Seconda Guerra Mondiale, e che si fa carico di tutte le spese permettendogli di trasferirsi, ancora giovane, a Firenze e lì frequentare l’università. La sua passione e il caso lo portano poi a incontrare un vecchio restauratore di Arezzo che, tenutolo a bottega e intuita la sua passione, ormai vecchio gli cede l’attività. La sua gioia diviene completa con l’incontro con Sarah della quale si innamora. Ma la sua vita cambierà drasticamente a causa di un brutto incidente dopo il quale niente sarà più come prima. Ed è proprio per cercare di radunare i cocci della sua esistenza che Brian torna a New York, dove attende di conoscere un indirizzo ben preciso che gli verrà comunicato da un amico. Nel frattempo, passeggiando da solo per la città, incontra Martin, un senzatetto che, seduto su di una panchina, sembra quasi attenderlo. Vinta la naturale diffidenza verso quell’uomo vestito di stracci, Brian comincia a confidarsi con lo sconosciuto, raccontandogli la propria storia e ascoltando frammenti della sua. Dopo pochi giorni, Brian riceve la notizia tanto attesa: l’indirizzo di una galleria d’arte presso il 533 W, sulla Diciannovesima strada. Ed è proprio lì che l’uomo, dopo aver salutato il barbone ormai divenuto confidente e amico, si recherà per chiudere il cerchio su una storia d’amore finita in tragedia…

Potremmo definire questa come una storia romantica d’altri tempi, che ha le sue origini nelle campagne sterminate dell’Illinois, matura e cresce sulle morbide colline toscane, si spezza tra i grattacieli della Grande Mela per poi chiudersi di nuovo in Italia con un finale che naturalmente non vi verrà qui svelato. Possiamo però dire che questi 99 piccoli passi appartengono a una bambina che, con la sua figura discreta e muta, è il vero perno di questo romanzo. Matteo Pasut, trentaduenne pordenonese, esordisce con questo romanzo mettendo su carta la storia di quest’uomo appassionato d’arte, premiato all’inizio per la sua dedizione e la sua passione ma, in qualche modo, punito dalla sorte che gli impedisce di unire famiglia e lavoro. L’edizione, ben confezionata, pecca però di scarsa attenzione all’editing e la presenza di molti refusi disturba la lettura. I dialoghi inoltre non appaiono molto verosimili, difficili da immaginare in bocca ai protagonisti. “Ho un forte buco allo stomaco” ammette il protagonista, o ancora Sarah: “Mi è giunta una lettera da mio padre”. Sono i sintomi probabilmente di una immaturità stilistica qui alla prima prova e che non convince appieno. “Siamo i padri dei nostri errori, figli dei nostri drammi”, “Tu ti domandi se siamo il seme dei nostri peccati, o se siamo il frutto delle nostre azioni?”: sono frasi che pesano come macigni, queste, e conferiscono a chi le pronuncia una grande responsabilità, quella cioè di spiegarle per bene, di sviscerare questi concetti ampi e “cosmici”. La storia di Brian Baker non riesce nell’intento, livellando il tutto su di un piano narrativo distaccato, nonostante le buone intenzioni dell’autore.



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