Abramo Lincoln

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La notte del 14 aprile 1865, soltanto cinque giorni dopo la resa delle truppe confederate del generale Robert E. Lee al generale unionista Ulysses S. Grant in quel di Appomattox, il Presidente degli Stati Uniti Abraham Lincoln si concede una serata a teatro dopo un giorno intero di importanti riunioni. Al “Ford’s Theatre” di Washington DC è di scena Our cousin american di Tom Taylor, una commedia molto divertente. Durante il terzo atto, un giovane di nome John Wilkes Booth si introduce nel palchetto presidenziale e spara a bruciapelo a Lincoln alla nuca. Il Presidente non muore ma perde conoscenza e viene trasportato in gravissime condizioni in una casa vicina, la modesta abitazione del sarto William Peterson. Qui per tutta la notte familiari e collaboratori vegliano l’agonizzante Lincoln, mentre i medici fanno quel poco che possono fare, cioè somministrano al Presidente degli stimolanti e tolgono qualche coagulo di sangue per alleviare la pressione sul cervello. Una folla silenziosa e sgomenta ha riempito intanto le strade vicine. Alle 7 e 22 del mattino del 15 aprile, Abraham Lincoln spira. Con la sua morte, nasce però la sua leggenda. E sembra incredibile che un uomo che ha lasciato un solco così profondo nella Storia del suo Paese ed il mondo intero venisse da una umile famiglia di campagnoli. Era nato nel febbraio 1809 nel Kentucky e qui era vissuto fino al 1816, quado i suoi si erano trasferiti nell’Indiana: Lincoln si riferiva alla sua infanzia come ai “brevi e semplici annali del povero”: da bambino trasportava legna e acqua in casa, estirpava le erbacce in giardino, coglieva uva e bacche, spargeva le sementi durante la semina. Di andare a scuola non se ne parlava nemmeno. Il primo inverno in Indiana fu particolarmente duro: i Lincoln lo passarono “in un rifugio assai rozzo, di tronchi e di rami, chiuso su tre lati e con il quarto protetto soltanto da un fuoco crepitante che doveva essere tenuto continuamente acceso”. Nell’estate 1818 una misteriosa malattia conosciuta come “il male del latte” (probabilmente dovuta al fatto che le mucche mangiavano serpentaria bianca e solidago avvelenando il loro stesso latte) fece strage tra i coloni: tra i morti anche la madre di Abraham. Suo padre si ritrovò da solo, con i figli piccoli, in un bosco immenso e gelido…

Uscita nel 1952 e pubblicata in Italia da Einaudi nel 1964, la biografia di Lincoln firmata da Benjamin Thomas tra tutte le migliaia scritte è considerata una delle più riuscite, sicuramente è la più venduta. Thomas – storico di formazione ma soprattutto segretario per molti anni della “Abraham Lincoln Association” di Springfield – raggiunse con la pubblicazione di questo saggio un grande successo, ma purtroppo dopo soli quattro anni, ricevuta una diagnosi di cancro, si suicidò. L’enorme diffusione del volume negli anni Cinquanta è testimoniata dalle tracce che della promozione del libro ci sono rimaste: per esempio fotografie dell’autore assieme al suo editore Alfred A. Knopf, in libreria mentre firma copie, alla sua scrivania mentre scrive o ritratto durante presentazioni svolte a Chicago o New York. Immagini oggi assolutamente normali, ma all’epoca riservate soltanto agli autori dei bestseller più travolgenti. Rileggendo il saggio a quasi settant’anni di distanza, tanta fama è giustificata? Lo stesso Thomas, all’epoca, dichiarò di non aver fatto nessuna scoperta sul presidente assassinato, nessuno scoop. Il suo merito è quello di aver raccolto i dati di tutti gli scritti su e di Lincoln usciti fino al 1952 e di averli condensati – si fa per dire, visto che il libro è di quasi 600 pagine – e soprattutto messi in bella forma. La virtù principale di questa biografia è infatti la piacevolezza: nonostante la sua età è frizzante ed elegante senza rinunciare al rigore intellettuale e storiografico. Thomas senza dubbio sapeva scrivere, e i suoi ritratti delle persone la cui esistenza ha intersecato quella di Lincoln sono gustosi, tridimensionali. Meno efficace ed approfondita è l’analisi politica dell’azione di Lincoln, che è stata meno lineare di quanto a volte ci vien detto: qui c’è un racconto competente, ma nulla di nemmeno lontanamente esaustivo, soprattutto sui convulsi anni della Guerra Civile. Il Lincoln che emerge dalle pagine di questo compatto volumozzo stampato in caratteri minutissimi (la Piccola Biblioteca Einaudi è di piccolo formato) non è un santo ma ha caratteristiche quasi messianiche: gentilezza, pazienza, saggezza, semplicità, ragionevolezza, onestà. In lui pare scorrere una forza quieta ma invincibile, la forza che lo ha condotto dalla vita nei boschi alla Casa Bianca.



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