Accettazione

Accettazione - Trilogia dell'Area X

È un freddo e ventoso mattino d’inverno. Saul Evans sta tornando al faro dopo una notte d’amore a casa del suo Charlie, al villaggio. C’è stato un temporale, la mareggiata ha lasciato sulla riva legname, alghe e pesci morti, ma non c’è stato nessun danno al faro, che svetta ora sopra di lui: un secolo di vita eppure ancora così maestoso, potente. Le giornate di Saul scorrono quasi sempre uguali, piene di incombenze pratiche: occuparsi della lente del faro, controllare il funzionamento del pannello di controllo, riparare i guasti. Ama ogni momento di quel tran tran, perché non gli dà il tempo di pensare al passato, a quando era un predicatore. A distrarlo dai suoi pensieri alla fine del cammino è la vista fastidiosa dell’automobile delle solite due reclute della Brigata di Scienza e Spiritismo parcheggiata sotto al faro: quei fanatici nerd hanno stabilito la loro base su Failure Island, poco più a nord, vengono sempre senza avvisare, scattano foto, prendono misure, girano filmini, registrano nastri audio. Sono convinti che in quella regione ci sia qualcosa di misterioso, forze sconosciute al lavoro, cianciano sempre di cose come “sdoppiamento negromantico”, “particelle prebiotiche”, “energia fantasma”. Saul ogni volta li ascolta scuotendo la testa sorridendo per nascondere il fastidio, e stamattina non è diverso. Mentre ispeziona la barca che tiene dietro al capanno, vede arrivare Gloria, una bambina di nove anni e mezzo che abita poco lontano e che è la cosa più vicina a un amico che Saul abbia. Parla per ore, gli racconta che i suoi antenati vivevano proprio lì, dove ora c’è il faro, fa domande sul mare, racconta degli animali…

Il capitolo finale della Trilogia dell’Area X non è affatto un capitolo finale nel senso canonico del termine. Per raffinatezza, per inadeguatezza o per calcolo commerciale non è dato saperlo. Potrebbe essere, come sostengono molti, che Jeff VanderMeer non abbia voluto piegarsi alla “banalità” della risoluzione di un plot che lo avrebbe inesorabilmente costretto nei confini di una science-fiction da blockbuster cinematografico (la “contaminazione-invasione” aliena estirpata o trionfante, il fato delle “copie” umane o non umane generate dall’Area X e così via) e che viceversa abbia voluto rendere su carta la complessità non solo biologica ma anche per così dire filosofica di un ecosistema ibrido alieno-terrestre, oppure che abbia voluto descrivere – malgrado a ben vedere si tratti di una contraddizione in termini – l’inconoscibilità da parte nostra di un pensiero così remotamente non umano, oppure ancora che abbia voluto restituire al lettore con brutale efficacia il senso di ripulsa che quell’ambiente “de-antropizzato” prova (e non suscita, attenzione) nei confronti dell’homo sapiens, oppure infine che abbia voluto tenere fede alla sua reputazione di alfiere del New Weird (famolo strano!) inserendo nella trama gigantesche semidivinità mostruose e necromanzia – i richiami all’opera di Howard P. Lovecraft in Accettazione sono clamorosi, con buona pace del polemico VanderMeer – e un generale clima di angosciosa, arcana indefinitezza. Potrebbe essere che lo scrittore di Bellefonte non sia riuscito a governare con fermezza una trama a dir poco articolata, o meglio a concepire risposte all’altezza degli interrogativi suscitati nei due precedenti romanzi della saga e abbia dunque preferito lasciare tutto un po’ in sospeso, alludendo a una profondità che in realtà non c’è. Potrebbe infine essere che, allettato dalla prospettiva di ulteriori sequel di successo, non abbia voluto chiudere la trama pregiudicando sviluppi futuri. O magari tutte queste cose sono un po’ vere. Ciò che è sicuramente vero è che Accettazione viaggia su piani temporali diversi: l’avvento dell’Area X narrato attraverso gli occhi del guardiano del faro Saul Evans, depresso ex predicatore omosessuale; il viaggio di John Rodriguez aka Controllo, direttore della Southern Reach, assieme a Uccello Fantasma, la Biologa della dodicesima (trentottesima) spedizione mutata dall’Area X; le indagini, i dubbi e i tormenti della ex direttrice della Southern Reach, la Psicologa della dodicesima (trentottesima) spedizione, che da bambina abitava nei pressi proprio del faro gestito da Saul Evans. Tutto – giova sottolinearlo – del tutto incomprensibile se non si sono già letti Annientamento e Autorità. Continuamente le tessere del puzzle sembrano formare un disegno coerente, che però subito dopo si rivela un’illusione ottica, spiazzando il lettore. Luce, buio. Luce, buio. Un romanzo ambizioso: forse troppo.



 

 

 

 
 
 
 

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