Acqua in bocca

Acqua in bocca
Thelma vive a Little Slaughter con i genitori e il fratellino Willy in una casa con il tetto di paglia e le rose in giardino, “l’immagine stessa dell’Inghilterra” come lei stessa la ricorderà. Non c’è molto da fare per un bambino a Little Slaughter, a parte prendere il tè con il suo gruppo di amiche immaginarie, e ai giochi con Heroin, Ginniger e Jannawee si aggiungono presto i giochi con il padre. A Thelma non dispiace rispondere al telefono, fare la dattilografa e battere tic-tac sulla sua macchina da scrivere, meno divertente è il momento in cui papà le infila in bocca la sua lingua. Alla scoperta dei giochi poco convenzionali del padre arriva la decisione di trasferirsi in Canada, una seconda occasione non si nega a nessuno e lì la famiglia potrà iniziare una nuova vita. Thelma parte con Heroin, Ginniger e Jannawee stipate nella sua valigia bianca e con la testa mezza intontita dal Mogadon. Il Canada non è tanto diverso dall’Inghilterra, c’è la distrazione svanita della madre e l’irrequietezza del padre, un giardino con i denti di leone da estirpare e le figlie dei vicini hippy con cui trasformarsi in cavalli. E c’è sempre Mrs Kelly che la potrebbe adottare… Mrs Kelly che ha letto con preoccupazione la sua biografia iniziata con “Ero una bambina morta e viola”, Mrs Kelly che le ha stretto forte la mano quando ha urlato che non lo voleva più il lecca lecca puzzolente del padre…
Camilla Gibb è una scrittrice dotata di grande acume e delicatezza: non è un’impresa facile scrivere un libro che parla di abusi e pedofilia senza scadere nel voyeurismo o nell’esaltazione del vittimismo, ma con Acqua in bocca la Gibb riesce nell’ardua impresa di creare una storia densa di sofferenza ma allo stesso tempo ricca di dolcezza e di ironia. La storia di Thelma non è una storia di completa guarigione - se mai una completa guarigione da ferite del genere può esistere - è piuttosto la storia della ricerca di un posto nel mondo, di un posto qualunque purché ci faccia sentire a nostro agio. Per Thelma questo significa convivere di giorno in giorno con i demoni e con le fantasie dell’infanzia, in un mondo che esiste parallelamente alla sua vita ordinaria. Camilla Gibb lascia che la sua scrittura conquisti forza e lucidità seguendo un percorso che è anche quello di Thelma, si disegna così un romanzo dove le parole stesse hanno in sé la capacità di donare consapevolezza e redenzione. E alla fine restituire a ogni sentimento il giusto nome, riappropriandosi della realtà, può essere l’unico mezzo di liberazione. La Gibb costruisce un racconto sorprendente e di rara bellezza offrendo una narrazione di singolare maestria.

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