Acque di morte

Acque di morte
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Sono un po’ troppe le questioni in sospeso in quel di Bristol. Il detective Jack Caffery si rifiuta di considerare chiusa l’Operazione Norvegia, macabra serie di delitti a scopo rituale tra oscuri culti tribali e assoluta mania omicida, mentre Flea Marley, sergente dell’Unità subacquea, si getta sempre più in profondità nel suo lavoro per cercare di anestetizzare lo stigma di una famiglia perduta e di un fratello sempre più instabile e combinaguai. Entrambi però, a causa dei soliti ordini superiori, sono costretti a dedicarsi a questioni ben diverse: il primo deve indagare sulla scomparsa (ancora non si può parlare di rapimento o sequestro) di Mitsy Kitson, celebrità di serie B, nota alla nazione come l’ennesima ragazza perduta intrappolata tra gli scatti col fidanzato giocatore di football e gli eccessi di cocaina; la seconda sta cercando di capire cosa è successo a Lucy Mahoney, anch’ella desaparecida senza lasciare elementi che possano indirizzare in qualche modo le indagini. Sembra che tutti stiano cercando di fuggire, più o meno consapevolmente da qualcuno o qualcosa, solo Caffery e Marley sono inchiodati alla scrivania dei propri pensieri, da un passato che non vuole entrare una volta per sempre nel cassetto dei ricordi e da un futuro sempre più violento e brumoso…

La quarta avventura di Jack Caffery, figura principale nella produzione dell’eclettica autrice inglese Mo Hayder, è un viaggio senza ritorno in un’Inghilterra autunnale e spenta, che lascia da parte le suggestioni da cartolina di scogliere e brughiera per rivelare un cuore livido e buio al pari dei protagonisti ritratti in questo thriller scritto con mestiere e con qualche licenza macabra di troppo. Oltre alla ben costruita cornice giallistica, che appassiona e intriga, a colpire è la grave materialità dei personaggi, ritratti con lo sguardo clinico e pessimistico di una sorta di coroner immaginario: le descrizioni autoptiche dei cadaveri, fredde e distaccate; l’aridità e la disillusione sentimentale che abbracciano ogni figura del romanzo e un insopprimibile senso di sconforto e caducità instillano nelle narici di chi legge un odore palustre d’acqua stagnante e decomposizione emotiva che difficilmente si riesce a trovare in un genere di mero intrattenimento come il thriller. Una prova convincente che, parafrasando il titolo originale dell’opera (Skin), si insinua sotto la pelle del lettore fino all’ultima pagina, e un pochino oltre. E forse è proprio questo andare un pochino oltre le emozioni dell’ultima pagina a fare la differenza tra un buon thriller e un thriller con una marcia in più.



 

 

 

 
 
 
 

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