Acque strette

Acque strette
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Nella valle dormiente dell’Èvre, “fiumiciattolo sconosciuto che sfocia nella Loira”, non lontano da Saint-Florent, c’è un cantuccio privilegiato che Julien Gracq sentiva destinato, per nascita e statuto, alle passeggiate, allo svago. Si può andare per quel rigagnolo soltanto per uno scalcinato burchiello, concesso dalla signora di una locanda, là dietro; mentre si va per quel breve tragitto, “i paesaggi paiono alternarsi e succedersi alla velocità ben rodata dei fondali mobili, durante un cambio di scena” – è una navigazione quasi sovrannaturale, che a Gracq restituisce la reminiscenza del cigno di Lohengrin che risale e discende sul palco dell’Opéra i tornanti del fiume. Lo scrittore vive quella scampagnata ormai classica come esperienza onirica: come fosse uno sconfinato sogno oppiaceo di de Quincey. Il burchiello scende lungo un parco naturale selvatico, “protetto recesso di piaceri domenicali che non concede spazio alle stimmate del lavoro”; passa il ponte di pietra di Le Marillais, il fiume discende circondato da “terreni erbosi, ninfei, canneti decorativi e piumosi”; si sente il campanile che rintocca l’ora, rompendo il silenzio. I segni della presenza umana si diradano, si fanno ingannevoli; poi, oltre una collina, si intravedono regioni cui si può accedere soltanto per acqua, in poche e fortunate giornate, consacrate al sole. Come in un rito iniziatico, si passa a un tratto per una sorta di corridoio oscuro: a un tratto il fiume “si restringe e si ricalibra” spariscono le piante d’acqua e i canneti sulle rive, dalla barca altro non si vede che uno stretto corridoio d’acqua (intorno, tutto muta); poi la prospettiva cambia ancora, perché dopo una curva s’intravede un maniero. Gracq lo associa a vecchi versi di Nerval, quasi fossero una sua didascalia; pensa infine che quella fortezza sembra inginocchiarsi, assorta, davanti al fiume, “quasi fosse il solo spettacolo, calmo e lussuoso, in grado di incantarla”. Gracq è cosciente che scendendo per l’Èvre sta vivendo un’esperienza iniziatica letteraria: “bizzarri stereotipi poetici che si coagulano alla rinfusa nell’immaginazione attorno a una visione dell’infanzia, frammenti di letteratura, pittura, musica”, forse solo apparentemente arbitrari...

Les Eaux étroites (uscito nel 1976; prima edizione italiana questa, tradotta da Lorenzo Flabbi, a 42 anni di distanza dall’originale francese) è uno scritto a un tempo lezioso e sublime. La quantità di reminiscenze disseminate nella narrazione è molto cerebrale e leggermente artefatta: è comunque, in più di qualche frangente, edificante e nutriente. Si tratta di uno scritto probabilmente molto laterale, nella sterminata bibliografia dell’artista francese (Gracq è morto, quasi centenario, nel 2007): a livello editoriale, vede la luce in un momento forse nuovamente a lui propizio, qui in Italia, reduci come siamo dalla buona fortuna critica della terza edizione italiana del suo Deserto dei Tartari, vale a dire Le rive della Sirte [1951; It, Mondadori, 1952; poi Guida, 1990; infine L’Orma, 2017]. L’edizione è corredata da una mappa dell’itinerario di Gracq, nella gita sull’Èvre, e da una seducente e dettagliata “mappatura degli ‘aggregati’ letterari, artistici o musicali riemersi nelle fantasticherie di Gracq durante la gita”, in ordine di apparizione. Sin qua, le prime recensioni sono state degnissime: Gennaro Serio, sul “Venerdì”, ha parlato di libro “inclassificabile e potente”, “viaggio verticale nella dimensione poetica dello scrittore”, giocato per una lingua “altissima e densa”; Filippo D’Angelo, sul “Domenicale”, ha salutato Acque strette come “gemma della bibliografia gracchiana”, apprezzandone la “sontuosa traduzione”; Pasquale Di Palmo, su “Alias”, considera questo racconto di Gracq “sorta di poema in prosa” (sì, siamo dalle parti della prosa lirica); giudica l’opera “un gioiellino”, dallo stile “preciso e sorvegliatissimo”; Mariachiara Rafaiani di “Sul Romanzo”, sottoscrive l’antico giudizio di Bon: Acque strette è “una lezione di poetica, senza averne l’aria”. Riesco a condividere solo parzialmente questi entusiasmi; c’è più di qualche manierismo fastidioso, nella scrittura di Gracq, che mi spinge a considerarlo un artista lezioso, un capriccioso; la restituzione delle reminiscenze – soprattutto se si vuole dipingere un cammino “iniziatico”, in senso stretto – deve essere più evocativa e possibilmente meno immediata, altrimenti si sprofonda nel didascalico o nello scolastico; infine, se c’è il desiderio di dare uno schiaffo a Proust, si deve evitare che sembri il buffetto di un vecchio molto snob.



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