Acri 1291

Acri 1291

San Giovanni d’Acri, Tolemaide. Antiochenes, Ocina, Acco, Colonia Claudii Caesaris. Sono solo alcuni dei tantissimi nomi della città di Acri, che nei millenni è stata visitata, occupata, sfruttata dai popoli più diversi; e che ancora oggi continua a racconta una delle storie più affascinanti e sanguinose della Storia: quella delle Crociate cristiane. Nel 1187 Gerusalemme, la Città Santa, era caduta nelle mani degli infedeli (i musulmani curdi; i quali chiamavano i cristiani con lo stesso appellativo), e da quel momento la capitale degli stati crociati era diventata Acri, estrema punta affacciata sul mare di una zona che oggi appartiene allo Stato d’Israele. Ma solo quattro anni il conflitto arriva fino a lì, e solo l’interventi repentino e congiunto di Filippo Augusto e di Riccardo Cuor di Leone, rispettivamente sovrano di Francia e Inghilterra, riesce a evitare la caduta dell’ultima rocca europea in terra mediorientale. Il Saladino, costretto a patteggiare ‒ che prevedeva, tra l’altro, la restituzione della reliquia della Vera Croce (perduta appunto nel 1187), il pagamento di una grossa somma di denaro e la liberazione dei prigionieri ‒ temporeggia: quei patti hanno il sapore amaro della sconfitta. Ma non sempre il tempo serve ad appianare i contrasti; talvolta, all’opposto, li inasprisce...

Gran bel lavoro questo di Antonio Musarra, giovane dottore di ricerca in Storia medievale e Fellow di Harvard, che ha al suo attivo diverse pubblicazioni in volume. La storia qui raccontata sarebbe già avvincente in sé: partendo da uno scontro che diventa alla fine una guerra di nervi, più che uno scontro tattico, fra Riccardo e il Saladino (dove il torto, come spesso accade, è da entrambi i lati: Riccardo aveva garantito salva la vita ai prigionieri che si erano arresi ed era venuto meno alla parola massacrandoli, certo; ma è pur vero che Saladino stava prendendo tempo oltre misura, e questa era in sé una violazione dei patti stabiliti, tanto più che, come noto, il suo era solo uno stratagemma per riorganizzare le forze militari) si arriva al resoconto di come, circa un anno dopo (agosto 1191-maggio 1291; anche se certe fonti cronachistiche tendono a forzare i fatti per far coincidere i due eventi in una stessa data ‒ 17 maggio ‒ a distanza di cento anni esatti) Acri cada definitivamente nelle mani dei Mamelucchi del sultano d’Egitto. Ma a rendere questo studio realmente degno di nota basterebbe lanciare uno sguardo all’apparato critico di oltre cento pagine fra note, cronologie, carte, bibliografia (con fonti inedite) e indice dei nomi, oltre a un inserto di 4 pagine a colori con piante, foto e incisioni dell’epoca. Rivolto a tutti, tanto agli specialisti quanto ai lettori comuni, per la capacità dell’autore di narrare in maniera divulgativa e colloquiale, pur trasferendo contenuti ad alto grado di erudizione. Con l’introduzione di Franco Cardini.



 

 

 

 
 
 
 

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