Addio fantasmi

Addio fantasmi
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Roma. Ida Laquidara, autrice per la radio di finte storie vere, riceve una telefonata dalla madre che la esorta a fare ritorno a Messina perché l’aiuti nella ristrutturazione della casa di famiglia. Una casa dalla quale Ida è fuggita molti anni prima per allontanarsi da una vita piena di ricordi dolorosi a causa di un padre fantasma, uscito dalla porta una mattina senza più fare ritorno. I giorni messinesi sono pesanti come il sole che li scalda, duri da vivere. Ida deve affrontare il difficile rapporto con la madre, i reciproci silenzi di un tempo che tornano a farsi “sentire”, i colori e gli odori di un mondo che avrebbe voluto dimenticare ma che il tempo e il luogo la costringono a rivivere. Ida è alla ricerca di qualcosa a cui potersi aggrappare: una piccola scatoletta rossa, la sola tra tutte le cose che vuole conservare ma che non osa ancora riaprire, e l’antica amicizia con Sara, unica tra i suoi amici e compagni di scuola a starle vicino quando il padre uscì dalla sua vita. I lavori di ristrutturazione cominciano, portati avanti da un padre e da un figlio che Ida e sua madre sorvegliano. La lontananza e il distacco dalle cose sono una costante per Ida, e non un dettaglio. A Roma ha lasciato il marito Pietro, con il quale oramai ha un rapporto difficile, fatto più di reciproche attenzioni e cortesie che passione. Anche quello, come il suo passato messinese, è un rapporto da ricostruire, scavando tra le cose che non ha mai voluto buttare. Sarà l’incontro con Nikos, il giovane operaio impegnato nella ristrutturazione, ad aiutare Ida a fare luce e chiarezza sulla propria vita, a misurare la reale consistenza di un fantasma, di una morte mai veramente avvenuta e a dare i contorni a ciò che non si può più vedere…

La vita di Ida è permeata dagli incubi. Da bambina, era la nonna paterna la sua unica confidente, che la esortava a raccontarli perché “se non li racconti non ti liberi” e siccome suo marito Pietro non chiedeva, lei non poteva più raccontarli a nessuno. E gli incubi, che siano popolati da oggetti, luoghi o persone, sono fantasmi che ti porti addosso come pastrani. Negli anni possono solo aggiungersi, sovrapporsi, come le cose che Ida ha accumulato nella casa da quando suo padre se ne è andato, riempiendola di assenze e sensi di colpa. Una condizione che la perseguita nonostante la lontananza, che la condiziona nelle scelte, prima adolescenziali e poi della vita professionale e amorosa. Quelle finte storie vere raccontate alla radio somigliano a certe scappatoie per liberarsi da un peso dentro al petto. Nadia Terranova, con lo stile pulito ma anche profondo che la contraddistingue, è delle mancanze che ci vuole parlare. Le mancanze che sono peggio delle sentenze, perché tolgono i punti fermi, levano il terreno da sotto ai piedi, cancellano gli orizzonti pure se sono dolorosi e tragici, con le loro armi che sono il dubbio e il procrastinare senza mai conoscere veramente. Il padre, pur non comparendo quasi mai, è invece sempre presente, la figura più nominata di tutto il romanzo, con la sua assenza densa, oleosa. Il viaggio di Ida, e di Nadia, così come il messaggio che ci portano, si dirige verso la scoperta. “Non siamo qui per seppellire ma per esumare.” Ed è vero. Il nostro corpo, quando diventa una tomba per scheletri, ci costringe all’immobilità, al fermo e non alla progressione. Imparare a dire addio ai fantasmi, salutarli magari dal ponte di un traghetto, fa bene al corpo e allo spirito.



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