Adesso tienimi

Adesso tienimi

Martina ha diciassette anni e vive a Taranto dove frequenta svogliatamente il liceo classico, mangia caramelle gommose senza zucchero e popcorn al formaggio, fuma due pacchetti di Chesterfield al giorno e, dice, “nel tempo libero guardo la televisione o piango”. Ha due amiche, Iolanda e Giulia – ma quest’ultima, prima di finire l’anno scolastico, lascia la città con la sua famiglia per trasferirsi a nord, come fanno tutti quelli che possono non appena possono -, ma spesso va in giro in motorino con il suo amico Virgilio. Vive con Adriana e Michele, i suoi genitori che chiama per nome “come forma di rispetto” ma, dice ancora Martina, “Per me Adriana, Michele, la donna delle pulizie, i professori, i compagni di classe e di gruppo sono solo la polvere rossa dell’ILVA che colora gli stracci del quartiere Salinella quando sta la tramontana”. Ma Martina non parla per davvero mai con nessuno. Nessuno sa a cosa pensa sdraiata sul suo letto, nessuno conosce il vero motivo per cui passa molto del suo tempo a seguire aste online per accaparrarsi brutti oggetti di plastica – naturalmente con la carta sottratta a sua madre -; soprattutto nessuno sa che lei aveva un amore – lei lo chiama fidanzato anche se era sposato con figli senza avere intenzione di lasciare la sua famiglia – e che lui è morto. Per meglio dire, nessuno sa che Viello, il professore di matematica e fisica di Martina che si è suicidato qualche mese prima, aveva una storia con lei. “È una cosa solo mia. E solo mia deve restare”. Agli occhi di tutti la ragazza ha accusato il colpo di quella morte improvvisa come i suoi compagni, nessuno immagina che dietro il suo turbamento ci sia tutto quel dolore, tutta quella disperazione, che ogni piccola occasione banale le ricorda i momenti vissuti con lui, che il dolore e le umiliazioni degli inizi della loro storia sono altrettanto dolci da rivivere quanto gli incontri di sesso senza tenerezza nella sua casa al mare, che nell’ossessione delle aste lei ha come sublimato quell’altra ossessione che era violenza e lei poi ha cominciato a chiamare amore. E amore lo chiama ancora, anche dopo che ha scoperto quella cosa riguardo la moglie di Viello quando è andata ad aspettarla sotto casa, anche quando lui, dopo averla presa con violenza, l’ha lasciata facendole altrettanto male, anche quando ha saputo della lettera che lui ha lasciato alla sua famiglia; “Per me non avevi lasciato niente, perché non ero niente”…

La collana Fondanti della giovane editrice TerraRossa definisce così i libri che ne fanno parte: “Opere che hanno segnato un’epoca o hanno rappresentato un tassello fondamentale nel percorso narrativo di autori di talento sono oggi introvabili: questa collana le riproporrà in una nuova edizione affinché possano continuare a conversare con i lettori”. Adesso tienimi, pubblicato nel 2007 da Fazi, è stato all’epoca un caso editoriale e ha segnato l’esordio a ventun anni di Flavia Piccinni, nata a Taranto ma cresciuta in Toscana, che nel frattempo ha scritto tantissimo, altri romanzi saggi e libri inchiesta, molti dei quali hanno anche meritato prestigiosi premi. Prima di diventare romanzo, questa storia nasce come racconto, vincitore al Campiello Giovani 2005; premio che, come racconta l’autrice nella Prefazione a questa edizione, significò la fuga, l’alternativa alla vita che non voleva, ovvero restare in provincia a fare il lavoro del padre o della madre, “arrendersi alle aspettative borghesi e al compromesso con le ambizioni”. La reazione al successo e a tutto quello che seguì alle pubblicazione (polemiche comprese) fu una specie di rifiuto nei confronti del suo libro. Per questa nuova edizione Flavia Piccinni dice di aver cambiato poco rispetto alla precedente e che “rileggere la storia di Martina è stato aprire la cicatrice dell’adolescenza e dell’ILVA” che in questo romanzo è una realtà ferma al 2000, quando la fabbrica era un dato di fatto impossibile da mettere in discussione e del registro tumori e dell’inquinamento si parlava sporadicamente. “Rispetto a 12 anni fa è cambiata una cosa fondamentale: la nostra presa di coscienza. Quello che sta accadendo a Taranto, e che è una vera e propria strage di stato, riguarda tutti noi. […] Obbligare una città italiana e la sua popolazione a dover sottostare a una situazione del genere è grottesco. Adesso rispetto a 12 anni fa tutti hanno chiaro cosa stia succedendo”. Taranto infatti – e indissolubilmente legata alla città è ovviamente l’ILVA – è presente sullo sfondo in maniera costate, è un altro personaggio del dramma di Martina, è anzi il suo alter ego. Come ha detto l’autrice, “La sofferenza e il malessere di Martina sono solo lo specchio del malessere della città che è amata, proprio come Viello, in modo furioso e dissennato da chi la vive, da chi se ne va”. E ancora, “Vivere la città per Martina è tutto. Soprattutto quando viene abbandonata e non le resta niente altro”. Una storia di denuncia sociale, questa, che punta il dito anche su una certa dimensione ipocrita e perbenista della borghesia del sud, quindi, e anche una storia adolescente di incomunicabilità – soprattutto con i genitori -; ma soprattutto una storia di amore malato, di una relazione fatta di sesso violento e soggezione psicologica, di ossessione e nessuna dolcezza, in cui la giovane vittima diventa succube di una devozione assoluta perché così si sente amata. “Forse è questo, diventare adulti. Forse è smettere di fare la cosa giusta per imparare a fare la cosa meno dolorosa” dice Martina, ma questa, se è una crescita, per lei non ha sbocchi possibili e conduce ad un finale drammatico inevitabile e prevedibile. I tagli, i tentativi di suicidio, le sigarette, l’alcol appartengono ad una realtà di apparente trasgressione che finge di ribellarsi ad una realtà inevitabile. La storia personale si fa specchio di una storia più ampia che racconta di amore e morte – tale è per esempio anche quella che riguarda la città bellissima, madre amatissima ma anche fonte di sofferenza e causa di morte -, di salute o lavoro, di chi va e di chi resta, come fossero binomi che invece, a ben guardare, sono ossimori indissolubili. Un amore per la città che emerge pulsante dalle pagine, pure angoscianti e opprimenti, del romanzo, soprattutto nelle parti intense e bellissime che raccontano le processioni di Pasqua, celebrazione corale del dolore, anima di un passato che, da queste parti, è un sempre a cui teniamo, nonostante tutto e nonostante il desiderio talvolta di allontanarcene. È comprensibile l’interesse suscitato all’esordio; un po’ fuori tempo a distanza di dodici anni, durante i quali è cambiata la realtà di Taranto e probabilmente anche quella degli adolescenti, considerato che Adesso tienimi è una storia che si inserisce nel filone cosiddetto “giovanilistico” nonostante la cornice in cui è innestata e senza che questo sia ovviamente un limite di valore. D’altra parte la scrittura di Flavia Piccinni ha un suo spessore e un tono personale che ha già dato abbondanti frutti maturi. Quindi perché non scoprire anche le sue radici?



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