Admira e Bosko - Sarajevo 1993

Admira e Bosko - Sarajevo 1993

In quel primo giorno di scuola, quando per la prima volta i loro sguardi si incrociano sopra i banchi, ancora non sanno che i loro nomi saranno uniti in una diade che chiude ed incastona il senso dell’amore violato. Come Giulietta e Romeo, Ginevra e Lancillotto, Layla e Majnun, così anche loro: Admira e Bosko. Venticinque proiettili sparati da un SVD-Dragunov di precisione basteranno a crocefiggere questi due nomi nello schedario della memoria alla voce “Amore eterno”. Venticinque colpi, come venticinque sono i loro anni percorsi sulla terra prima si lanciarsi in una corsa a fiato sospeso sopra quel ponte maledetto, prima di entrare nel mirino di quel maledetto Dragunov. Il cecchino è nascosto sulla collina, è nascosto dentro ognuno di noi, pronti a dimenticare ciò che è stato: Sarajevo 1993. Un luogo in cui le vite precipitano velocemente: “Sarajevo, in quei giorni, è come un bicchiere scosso da un giocatore che mescola i dadi prima di lanciarli sul tavolo da gioco, in un vortice di scelte e leggi della fisica”. Dopo gli sguardi incrociati sui banchi di scuola, una sera del 1984 i due ragazzi si ritrovano vicini, in un bar, per guardare alla televisione la cerimonia di apertura delle Olimpiadi nella loro città. Iniziano a incrociarsi le storie, le culture, le religioni: lei bosniaca, musulmana, gli addobbi natalizi in casa di lui la divertono e le sembrano un gioco per ravvivare le lunghe giornate invernali; lui serbo, ortodosso, un fremito allegro e adrenalinico lo coglie la sera dell’iftar in casa di lei, quando si rompe il digiuno del Ramadan e finalmente si mette qualcosa fra i denti. Dice Admira: “Bosko e io sappiamo di essere più simili di quanto le tradizioni delle nostre diverse religioni non vogliano ammettere”. Ma il cecchino non lo sa…

Le pagine di questo libriccino scorrono all’incontrario. Dal momento in cui incominciate a leggerlo sapete che prima o poi arriverete su quel ponte, che avrete il fiatone, che un sibilo atterrerà Bosko e poi altri ventiquattro continueranno il macabro banchetto. Dal momento in cui iniziate a leggere questo libriccino - che corre via fra le dita come un soffio, ma che lascia un segno profondo - sapete che c’è un cecchino appostato sulla collina, che attraverso il suo mirino ispeziona la città e il vostro animo. Facendo particolare attenzione ai ponti. Quelli che attraversano la Miljacka e quelli che nel vostro animo sono sorretti dall’amore e attraversano le differenze; quelli che uniscono, che vi portano verso l’altro. Il cecchino è pronto a colpirvi su uno di quei ponti. Per questo le pagine di questo libriccino, scritto a quattro mani da una giovanissima di origini tunisine, Miriam Tahri (1995), e da un giovane di origini italiane, Andrea Roccioletti (1979), scorrono all’incontrario, sono un conto alla rovescia verso quell’attimo, quel preciso istante: il giocatore lancia i dadi sul tavolo, Boško Brkić and Admira Ismić decidono di andarsene da quell’inferno, cominciano a correre con gli zaini in spalla, il cecchino preme il grilletto. “Admira, in fin di vita, si trascina vicino al corpo di Bosko, e muore accanto a lui”. Il loro abbraccio più lungo durò otto giorni, prima che la decenza ordinasse un cessate il fuoco per dare loro degna sepoltura. A raccontare quella storia in diretta, nel 1993, fu il corrispondente americano della Reuters, Kurt Schork, ucciso sette anni più tardi in Sierra Leone, solo dopo aver scritto le sue ultime volontà, nelle quali chiedeva di essere sepolto vicino alla coppia. Forse sentendo che qualcosa di prezioso batteva ancora nel breve attimo di silenzio fra quei due nomi: Admira e Bosko.



0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER