Ahmadinejad

Ahmadinejad
Mahmoud Ahmadinejad nasce il 28 ottobre del 1956 nella piccola cittadina di Aradan, al limite settentrionale del deserto salino dell’Iran centrale. Quarto di sette fratelli, figlio di un negoziante di generi alimentari, Mahmoud cresce in una famiglia umile secondo gli insegnamenti più radicali dell’Islam. Ben presto, le necessità economiche spingono la famiglia verso Teheran dove il padre, con scarso successo, tenta di reinventarsi fabbro, installandosi nel povero e polveroso distretto di Narmak. Lì Mahmoud studia e inizia ad apprendere la lettura del Corano, svegliandosi all’alba e formando la sua personalissima identità. Nel 1975 supera con profitto l’esame di ammissione all’Università ed anche se il suo piazzamento gli permetterebbe di frequentare le più quotate Università del Paese, per comodità decide di iscriversi al corso di laurea in Ingegneria dello sviluppo al Politecnico di Narmak, che più tardi si trasformerà nell’Universita Elm-o-Sanat. Durante il periodo universitario Ahmadinejad si forma anche politicamente in quel periodo storico carico di fermento che anticipa la rivoluzione bianca dell’Ayatollah Khomeini, nel 1979. Sono questi gli anni in cui Ahmadinejad inizia a farsi spazio nell’ambiente politico iraniano, abbracciando quell’ala radicale di destra che vorrebbe l’Islam trasversale alla vita politica del Paese e centro nevralgico degli iraniani, in altri termini l’islamizzazione del governo e della vita sociale del popolo…
La biografia scritta dal giornalista iraniano Kasra Naji ci offre la grossa opportunità di capire davvero la controversa figura di Mahmoud Ahmadinejad, intorno alla quale si intrecciano la storia dell’Iran dalla cacciata dello Scià alle elezioni presidenziali del 2005 in cui l’ingegnere risultò, spiazzando tutti, dai politologi alla gente comune, vincitore. In questo contesto emerge quel carattere schiettamente populista che ha aiutato Ahmadinejad a conquistarsi quella fetta di popolazione, soprattutto rurale, estremamente povera fino ad allora snobbata dalla classe politica iraniana. Il percorso che lo porterà da governatore di una provincia appena costituita a sindaco di Teheran fino al vertice più alto del potere iraniano è pavimentato anche è soprattutto dalla capacità di porsi all’opinione pubblica come un uomo del popolo, o, come dirà di sé, lo spazzino del suo Paese, lontano dai vizi, dallo sfarzo, profondamente legato ai dettami islamici in contrapposizione ai suoi avversari politici, Rafsanjani nello specifico, mondani, riformisti, pericolosamente aperti. Ahmadinejad, per quella sua forte avversione agli Stati Uniti, per quel fondamentalismo che lo porta ad un perfetto allineamento, quasi fanatico, oltremodo oltranzista, con le posizioni del clero, arriva addirittura a diventare il candidato preferito dall’autorità religiosa suprema iraniana: l’Ayatollah Khamenei. Per quanto nessuno potesse dare credito a questo politico che tuttavia, a dispetto delle considerazioni iniziali del libro, non è che fosse venuto proprio dal nulla, Ahmadinejad è stato in grado, inneggiando al fondamentalismo, al sacrificio dei martiri morti durante la guerra contro l’Iraq e dando fondo al più acceso populismo di riportare l’Iran indietro di molti anni ed ha offerto a Bush Jr. l’assist per inserire il Paese nella famigerata lista degli Stati canaglia. Le irregolarità elettorali, le pressioni religiose e la figura di basso profilo non solo hanno spianato la strada al piccolo sindaco di Teheran verso il potere, ma hanno anche favorito quel progetto in mente alle alte cariche religiose di uno Stato e di un Governo perfettamente in linea con i precetti coranici, quelli più radicali, quelli più insopportabili per la popolazione. Ahmadinejad è una biografia che si legge piuttosto agilmente, ricca di informazioni, aneddoti e retroscena, pur avendo uno scarso bagaglio di fonti a corredo dell’intero lavoro. Scrivere dell’ascesa al potere di Ahmadinejad è soprattutto scrivere dell’Iran e degli stravolgimenti che hanno attraversato il Paese, dei tentativi riformisti meramente soffocati e di una popolazione schiettamente votata a quel principio di democrazia che sembra essere lontano dalla ricetta islamica proposta dalla rivoluzione khomeinista prima e da Ahmadinejad oggi.

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