Ai figli dei miei figli

Una nonna racconta ai suoi pronipoti la sua vita. Nata nel 1943 nel Transkei, una zona rurale del Sudafrica, e cresciuta in una baraccopoli nei pressi di Città del Capo, Gungululu, la donna passa la sua infanzia con i nonni materni, senza praticamente mai vedere il padre, che fa l'operaio in città e va a trovare la sua famiglia raramente, come del resto spesso accade in quegli anni al sottoproletariato nero. La bambina passa lunghe serate in circolo con amici e parenti ad ascoltare la nonna che racconta iintsomi, le fiabe del popolo amaxhosa, o giocando a contare le scintille nel focolare immaginando che siano tante quanti abayemi (i mediatori che girano di villaggio in villaggio chiedendo la mano delle ragazze) un giorno si presenteranno alla porta. A soli 5 anni Sindiwe si trasferisce con la madre a Città del Capo per raggiungere il padre, e qui - mentre le leggi del governo razzista si fanno sempre più oppressive, sempre più liberticide, sempre più ottuse - impara a conoscere i morsi della povertà, le piaghe dell'arretratezza, le irruzioni continue della polizia in cerca di alcolici (vietato bere alcol per i neri sudafricani!), i giocattoli o i fumetti scartati dalle famiglie bianche dati in elemosina, le ferite della discriminazione sessuale, l'orrore dell'apartheid...

La prima delle due autobiografie esistenti di Sindiwe Magona (qui sono i primi 23 anni della sua vita ad esser raccontati - a proposito, i pronipoti sarebbero i figli dei figli dei figli, non i figli dei figli come appare nel titolo), che è riuscita ad affrancarsi dalla dura vita di domestica (e - ragazzi - mamma single di tre figli) negli slum sudafricani emigrando in Inghilterra, laureandosi per corrispondenza e lavorando poi per molti anni come bibliotecaria a New York alle Nazioni Unite, è una storia drammatica ma deliziosamente piena di speranza. Quella della Magona infatti è una voce fresca ed autentica, ma attenzione, tutt'altro che naif. E' la voce potente, emozionante e consapevole di una donna che per tutta la vita ha lottato contro i guasti di una società patriarcale e razzista. Da quando fu chiamata a far parte del Tribunale Internazionale per i Crimini contro le Donne a quando fu tra le dieci finaliste per il Woman of the Year Award 1977, da quando ha lasciato New York per tornare alla sua Città del Capo, da quando nel 1993 l’Hartwick College le ha assegnato un dottorato in Human Letters a oggi che è responsabile di una organizzazione non governativa che si occupa di donne e, nelle township, provvede a programmi di istruzione, assistenza familiare e sanitaria, diffondendo e preservando la cultura e la lingua xhosa. Un libro-denuncia emozionante, una 'chiamata alle armi' per milioni di donne africane che vivono ancora sotto il giogo del degrado e dello sfruttamento.

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