Al dente – Storia del cibo in Italia

Al dente – Storia del cibo in Italia

Pizza. Spaghetti. Tiramisù. E non soltanto. Persino la rucola, che per un certo periodo è sembrata essere indispensabile per qualsiasi piatto, è diventata un simbolo della cucina italiana, di cosmopolitismo, innovazione e al tempo stesso genuinità, ma anche uno stereotipo piuttosto frusto, tale è la propagazione delle specialità gastronomiche nostrane in tutto il globo. Nonostante molti nel mondo in realtà non abbiano precisa e totale consapevolezza della sua origine, il fascino della tradizione del cibo italiano ha acquistato e acquista sempre più prestigio e notorietà, e ha influenzato e influenza sempre più la cultura popolare, il linguaggio, i mezzi di comunicazione di massa, i gusti, le idee, le scelte, le opinioni. Un non italiano dà per scontato che chi viene dal Bel Paese abbia un legame profondo e innato con il buon cibo: l’Italia è considerata un luogo speciale per tutto ciò che riguarda la sana alimentazione e i piaceri della tavola, e all’estero si ha spesso un’immagine infarcita di romanticismo, tale da aver generato finanche un numero impressionante di libri e film (basti solo pensare a Sotto il sole della Toscana, Mangia prega ama, Un mese al lago, Letters to Juliet, Un’ottima annata, La fontana dell’amore: qui addirittura gli autori si sono inventati una fontana che nella realtà non c’è, come se a Roma mancassero). Ma il luogo comune del latin lover in realtà a voler approfondire la questione c’entra ben poco: c’entra, invece, la storia di una nazione affacciata sul Mediterraneo, preda di mille invasioni, frammentata a lungo e poi unita, che ha vissuto la guerra e la ricostruzione e ora affronta le sfide della contemporaneità multiconnessa…

Spesso e volentieri, soprattutto viaggiando fuori dai nostri confini, si ha l’impressione, quando ci si incontra tra italiani, che nonostante la nomina di grandi affabulatori e incontrollabili gesticolatori in realtà non abbiamo molti argomenti di conversazione in comune, e che raramente ci si trovi d’accordo: cibo a parte. Sì, perché i sapori della nostra cucina sono parte di noi, del nostro immaginario collettivo, dei ricordi che ci tengono legati al nostro passato, alle radici, alle origini, alla famiglia, alla casa. Parliamo di cibo, sovente, anche mentre stiamo mangiando, programmiamo la cena durante il pranzo, e troviamo sempre una buona occasione per stare in compagnia, per condividere il desco, luogo d’incontro, scontro e confronto, attorno al quale si svolge, inevitabilmente, la vita. E questa impressione è propria anche di chi osserva gli italiani dall’esterno, ritenendoli inevitabilmente massime autorità per quanto riguarda il mangiare, e in particolare il mangiar bene. Un luogo comune, certo, ma come tutte le leggende, metropolitane o meno, con un fondo di verità. Il cibo – non solo in Italia, ma qui particolarmente - è alla base di usi, costumi, abitudini e lessico, dell’identità, in una parola, e non solo perché, come notoriamente sosteneva Feuerbach, “siamo quello che mangiamo”. Il saggio di Parasecoli parla di questo e molto altro, con uno stile talmente leggibile e chiaro che sembra quello di un buon romanzo. Dettagliato e documentatissimo, traccia un profilo storico, sociale e culturale, raccontando evoluzioni e cambiamenti che sono andati a braccetto con la gastronomia e che rappresentano vividamente un popolo e le sue tradizioni.



 

 

 

 
 
 
 

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