Al limite della notte

Al limite della notte
Rebecca e Peter, una coppia di quarantenni benestanti, stanno discutendo sul sedile posteriore di un taxi bloccato nel traffico senza pietà di New York. Un cavallo è stato investito, e adesso Broadway è congelata in un’orgia di macchine e clacson. Il corpo senza vita dell’animale suscita in Peter, che nella vita è un conosciuto gallerista, senso di attrazione e fascino - come se si trovasse di fronte ad un’opera d’arte di Damien Hirst, dove arte e morte sono separate da un confine fragilissimo. Rebecca e Peter sono a loro modo belli: fisicamente, nei modi, nelle carriere, entrambe all’apice del successo; vivono in una bella casa, con begli oggetti, vanno alle feste, alle cene. Ma amano anche la domenica mattina stare un po’ di più a letto, affittare un dvd, ordinare la cena e farsela portare; oppure a volte amano rincasare un po’ prima e condividere un Martini. Sono un uomo e una donna benestanti, in una grande città, con degli amici interessanti e una figlia che vive lontana da loro, a Boston, e che ha scelto una libertà diversa da quella che loro avevano pensato per lei. Peter sta disallestendo una mostra per far spazio ad una nuova artista che forse sfonderà, che forse gli piacerà o forse no; Rebecca sta per vendere la rivista che ha creato e diretto per anni ad un compratore che forse le piacerà o forse no. Un’amica di Peter, suo punto di riferimento nel lavoro e famosa gallerista anch'essa, sta morendo e lui non lo può sopportare. Mentre il fratello di Rebecca, l’inquieto Erry, da tutti conosciuto come ‘l’errore’ ha deciso di passare un po’ di tempo da loro per "fare qualcosa nel campo dell’arte". Ed eccoli entrambi, messi in crisi dalla presenza scomoda del giovane Erry, il bizzarro Erry, lo strano Erry, il tossico Erry… Erry che non finisce Yale, che ama gli uomini e forse anche le donne, il figlio su cui la famiglia ha scommesso, l’unico maschio dopo tre femmine. Sì, Erry, che per capire il senso della vita è andato in Giappone tra i monaci a fissare un giardino di pietre, per poi piombare dal nulla o dal tutto nel loro nulla o nel loro tutto. Certo è che il suo arrivo è come una detonazione silenziosa che esplode nella vita di Peter e di Rebecca, un faro improvviso che illumina in un lampo i contorni di una vita coniugale (ma non solo coniugale) in equilibrio precario, e che costringerà entrambi ad una trasformazione crudele ma necessaria - come una crisalide che diventa farfalla...
Torna Michal Cunningham con un nuovo e imponente romanzo destinato a far riflettere e discutere con i suoi tanti livelli di lettura. Torna con una riflessione sulla vita e sull’arte, facendo passeggiare i suoi protagonisti - ignare marionette di un destino esteta - su fondali apparentemente quotidiani sui quali proietta i riflessi delle più grandi opere d’arte, da Rodin a Shakespeare, da Fellini a Masaccio, passando per l’arte contemporanea e le videoinstallazioni. Cunningham strizza l’occhio all’Italia, che conosce e ama, al cinema classico che legge e interpreta e a cui ‘ruba’, mi piace immaginare, i tratti di Rebecca… La bellezza al suo stato primigenio incarnata dall’androginia di Erry getta Peter in uno stato di  totale confusione che lo costringe a mettere in discussione ogni suo gesto, sentimento e intento. Come un sasso pesante gettato in un lago la presenza del fratello di Rebecca (bello e inquieto come lo era lei quando si conobbero) fa nascere sulla superficie intatta delle sue credenze cerchi destinati ad ingrandirsi fino a lambire i confini del suo essere. Peter è costretto a rivivere i suoi ricordi, rielaborare la perdita prematura di quel fratello maggiore, i suoi sensi di colpa, il suo sentirsi mai abbastanza bello, attraente, interessante come lo era quel fratello così lontano e saggio. E un’immagine in particolare - mai così nitida - riaffiora alla sua anima: un pomeriggio distante in cui vedendolo di spalle immerso nel lago ebbe "la sua prima visione della mortalità, la cosa più toccante e favolosa a cui avesse mai assistito". La consapevolezza di aver percepito un attimo eterno, cristallizzato, un attimo in cui proprio per la sua perfezione rivelava il passato, il presente e il futuro. E così la bellezza "è in realtà la normale condizione umana, e non la più rara tra le sue mutazioni", come conferma lo stesso Cunningham,  ma diventa ne Al limite della notte (titolo discutibile) "viluppo umano di grazia fortuita, destino tragico e speranza".

Leggi l'intervista a Michael Cunningham

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER