Al sangue

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Quando scriveva Kitchen confidential, il memoir sui primi anni della sua carriera che l’ha reso famoso, Anthony Bourdain aveva molti dubbi e poche certezze. Una delle più incrollabili era che i canali televisivi come Food Network facevano schifo e che gli chef che si prestavano ad apparire in tv erano ridicoli, a dir poco. Gli chef con cui era abituato a lavorare Bourdain erano orgogliosamente disfunzionali, dei disadattati, gente cattiva che nessuno amava, che viveva una “vita dimezzata fatta di lavoro, di cazzeggi con persone che vivono esistenze simili alle loro”. La rispettabilità dei cuochi televisivi era la negazione della qualità che lui considerava la caratteristica distintiva di chi lavora in cucina: l’essere diversi. Negli anni successivi Bourdain avrebbe cambiato idea: “Che miserabile stupido ero”. Sono i primi anni Duemila. Kitchen confidential è nella lista dei bestseller del “New York Times” ma Bourdain guarda a quell’inaspettato successo come a un fuoco di paglia, a una cosa che non può durare. Cucina ancora giorno e notte al ristorante “Les Halles”, è convinto comunque di dover conservare il suo lavoro: se ventotto anni nel settore della ristorazione gli hanno insegnato qualcosa, è che se oggi le cose sembrano andare bene, domani andranno sicuramente di merda. Ma Bourdain è un pessimista, non un idiota: consapevole che il libro sta vendendo alla grande e che lui sta facendo incassare molti soldi all’editore, decide di battere il ferro finché è caldo e annuncia di voler lavorare ad un nuovo libro, incassando un congruo anticipo. È convinto di dover agire rapidamente, “sfruttando il momento favorevole prima di sparire inevitabilmente nell’insolvenza e nell’oscurità”. Con una certa sfacciataggine, propone un libro molto diverso dal precedente: l’editore avrebbe dovuto finanziare una serie di viaggi in luoghi del mondo in cui Bourdain sogna da sempre di andare e dove lo chef mangerà piatti locali, berrà e si metterà nei guai. Incredibilmente, l’editore accetta. Non molto tempo più tardi, due uomini entrano al “Les Halles” e chiedono dello chef. Vogliono proporgli di fare televisione. Lui rifiuta cortesemente: del resto, butta là con nonchalance, sta per partire in giro per il mondo per un anno per conoscere gli usi gastronomici dei luoghi più esotici. Gli uomini drizzano le orecchie e dicono che Food Network sarebbe interessata a entrare in questo progetto…

Il compianto Anthony Bourdain aveva una caratteristica che lo rendeva del tutto diverso da tutti gli altri “chef televisivi” – così vengono definite le superstar della ristorazione che diventano anche personaggi televisivi popolari: sono stati i libri, e non le ricette, a renderlo famoso. Fino al 2000 – anno della pubblicazione negli Stati Uniti di Kitchen confidential (peraltro terzo libro di Bourdain, dopo due romanzi noir) – Bourdain infatti era una figura di secondo piano del mondo della ristorazione. Lavorava da circa due anni – dopo molte vicissitudini, anche drammatiche – come Executive Chef alla Brasserie Les Halles di Manhattan, un locale di buona qualità, ma non certo un incarico sotto i riflettori. E lavorando ad un altro libro, come racconta nei primi capitoli di questo Al sangue (a dir poco strampalata la scelta di tradurre così il titolo originale Medium Raw), ebbe l’idea di raccontare il viaggio di uno chef nella cucina di Paesi esotici, praticamente inventando un format che negli anni successivi ha dominato librerie e soprattutto canali televisivi. Consapevole di questa sua paradossale peculiarità, Bourdain qui racconta gli anni della sua consacrazione, quelli dal 2000 al 2009, quelli che hanno visto la definizione del personaggio che tutti conosciamo. Quelli della maturità, insomma: la fine del suo matrimonio con Nancy Putkoski, il nuovo matrimonio con Ottavia Busia, la nascita della figlia Ariane e del legame di Bourdain con l’Italia (già stretto dieci anni prima dell’incontro con Asia Argento). Un po’ per l’età, un po’ per il successo, la voce narrante di Al sangue è molto diversa da quella di Kitchen confidential: sì, le parolacce ci sono sempre, ma le posizioni sono più sfumate, più realiste se non addirittura concilianti. Quando guarda agli chef, il Bourdain della maturità infatti pensa “Sono gli stessi perdenti, disadattati e outsider di cui ho scritto? Oppure mi sono completamente sbagliato?”. La risposta è che probabilmente è lui a essere cambiato, a guardare il mondo con occhi diversi. Una cosa sola non è cambiata negli anni: la maledizione del pesce al lunedì: nel suo memoir bestseller aveva lanciato un anatema dai toni quasi terroristici a riguardo e ora che ha in parte rivisto le sue posizioni non riesce a tornare sui suoi passi. Vorremmo tanto che avesse ancora la chance di godersi una spigola di lunedì sera.



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