Alba

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Può una famigliola di rondini rispecchiare perfettamente la vita umana, con gli eventi più beceri? Sì, certo che può, anche (forse, soprattutto) quando fanno il nido sotto lo spiovente del tetto di un carcere, visibile da alcune delle celle... Seher ha un nome che in turco significa “Alba” ed è segretamente innamorata di Hayri che lavora con lei ed è apparentemente timido e vergognoso. Anche lui sembra avere dell’interesse nei suoi confronti e infatti la invita, ma... Yusuf insieme ai tre fratelli e con il cugino Muhittin, più il figlio di quest’ultimo Suleyman, girano a bordo di un furgone Renault con tutto il materiale che serve al loro lavoro. Installano pannelli in cartongesso. Yusuf è un ragazzo a posto ed è proprio lui a trovare i clienti... Come si fa a impiccarsi in orizzontale, disteso a terra a pancia in giù? Certo non si può, ma ben venga se questa è una pratica che risveglia il desiderio di vivere, perché Musti da due mesi è disoccupato: è stato licenziato il primo giorno di lavoro, quando si è fatto rubare la moto delle consegne a domicilio della pizzeria... Da quindici mesi Huseyin e Cemal lavorano in un cantiere edile senza contratto, senza assicurazione e con una paga misera e tutto questo perché sono solo due ragazzi, appena sedici anni e quindi lavorano in nero... Il padre di Nermin coltivava rose e non senza sacrificio le ha permesso di studiare architettura, di aprire uno studio con Firat e di sposarsi poi con il suo socio. Ma lei sapeva poco di suo padre...

Storie di ordinaria ingiustizia, di quelle che si sentono ogni giorno nei Tg, tra la Turchia e la Siria. Storie di carcere, di violenza, di ordinaria follia, nelle quali le donne soccombono sempre, vittime dell’ignoranza di chi invece dovrebbe proteggerle, vittime della cattiveria di chi le colpisce proprio al mercato, con una bomba, mentre sono impegnate ad acquistare il meglio per marito e figli, a volte vittime due volte della violenza, sessuale prima e familiare poi, quando padri e fratelli le uccidono in mezzo alla strada, macchiate non si capisce di quale delitto o colpa. E poi abbandoni, superficialità, indifferenza... Le riflessioni che arrivano dai racconti del libro di Selahattin Demirtaş ‒ avvocato, attivista per i diritti umani, fondatore di Amnesty international a Diyarbakır e leader del partito filocurdo HDP, ferocemente in opposizione al presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ‒ presentati e anticipati sempre da un’illustrazione che ne descrive il succo o un particolare speciale, costringono inizialmente a una liquidazione feroce: “Terzo mondo!”, perché non si trova altro modo, pur se questo è spregevole, per calmare la rabbia e definire certi atti barbari, soprattutto nei confronti dei più deboli, in primis donne, bambini, anziani. Poi in realtà, solo successivamente ci si rende conto che anche in Italia o nei cosiddetti Paesi civili, spesso ci si comporta così, solo per debolezza, incapacità di reagire diversamente se non con la violenza. Allora la rabbia cresce ancora di più, insieme all’istinto di ribellione che forse serve solo a difendersi e a schermarsi il cuore. Sempre sperando in una mano divina che possa illuminare le menti di chi molto più facilmente alza le mani per ferire, uccidere, fare male, piuttosto che far girare i meccanismi del cervello.



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