Aleph

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Paulo ha scritto infinite volte sulla vita, di storie vere ed altre bizzarre, tutto incastrato alla perfezione, senza sbavature. O almeno così credeva poiché quello che ieri aveva ragion d’essere, oggi non trova più senso e deve essere compreso. Da capo, come un nuovo inizio. Con queste angustie nel cuore, senza meta, l’uomo comincia il suo viaggio di catarsi, in un percorso di ricerca di se stesso attraverso terre anche le più desolate, verso l’Africa, l’Europa e l’Asia lungo il tragitto della Transiberiana. Non è davanti alle magnificenze della natura o nel raccoglimento di un tempio, né di fronte ai prodotti monumentali dell’uomo che si aprono le porte del cuore di Paulo; inaspettatamente il ‘senso’ del suo essere presenza sulla terra prende luce e vita dentro le carrozze metalliche e anguste di un treno, passeggiando lungo i corridoi, imbattendosi nel misterioso incontro con Hilal che Paulo è convinto di avere già conosciuto nel suo passato. Tutto comincia nel punto zero, al centro di una piazza, dove cinquecento anni prima nella Spagna dell’Inquisizione i loro destini sembrano essersi incrociati…

Davvero difficile dire dove finisca la finzione e cominci la cronaca (o la biografia) nell’ultima produzione letteraria di Paulo Coelho, che dalle parole stesse dell’autore, non ama definire un romanzo, né un diario, ma neppure un sogno. Dunque? È il resoconto di una ricerca, il cui segreto è racchiuso in quel nome ‘Aleph’, anche titolo del libro, dalle antiche radici, dal sapore di mistero. È la filosofia intrinseca ad Aleph, il più piccolo dei numeri ed il punto in cui tutto inizia ed ha fine, che muove la narrazione, che spinge Paulo a un cammino di introspezione interiore, che oltre ad essere ascolto dei moti dell’anima diventa espiazione, speranza e perdono. E in questo cammino alle origini dell’essere, come la tradizione classica vuole, ad accompagnare Paulo, c’è una guida, ma l’innovazione sta nel fatto che il ruolo di perfetto cicerone è compiuto dalla giovane Hilal, una donna che ha un potere in più sulla vita dell’uomo. Lei sembra possederne quasi i segreti, anticipare le sue mosse e i suoi pensieri, lo conosce profondamente. Il legame fra i due, che sembra nato dal nulla, è invece indissolubile; la donna non esita a sfidare le ostilità degli altri accompagnatori, non ne teme gli sguardi indagatori e infastiditi, non si ferma davanti all’iniziale imbarazzo di Paulo, tanto che ottiene di occupare lo scompartimento del treno vicino al suo, fedele alla sua ‘missione’. Un viaggio, quello sulla transiberiana, che ha delle connotazioni impervie per i luoghi attraversati, per il mezzo di trasporto, per le mille imprevedibilità, dove a seconda della stato d’animo con cui si osservano le cose, si può provare stupore o noia nel vedere scorrere le ore, i paesaggi, le situazioni dietro un finestrino. Quel viaggio è simbologia della vita e perché sia stato scelto proprio il treno per rappresentarla sta nel messaggio che l’autore vuole lasciare: è possibile, si deve provare a cambiare il percorso del proprio destino, addirittura il proprio passato, per superare i sensi di colpa, per riscattare i propri errori, per fare tesoro dell’esperienza precedentemente vissuta, con saggezza e passione. Come? Al singolo e alle proprie convinzioni è affidata la risposta (e la soluzione): con fede, con la certezza della reincarnazione o semplicemente con l’azione. L’unica via possibile è comunque andare e non fermarsi. Nel futuro c’è sempre qualcosa che aspetta.



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