Alle radici del male

Alle radici del male

Tripoli, 1 febbraio 1958. Sono migliaia gli italiani che in questo periodo ancora risiedono nelle terre d’Africa colonizzate dopo la Prima Guerra Mondiale. Nel salotto elegante di una villa, attorno al televisore che mostra le immagini della finale del Festival di Sanremo con un Domenico Modugno intento a cantare la canzone vincitrice, tre famiglie stanno riunite. I Bruseghin-Balistreri con il capostipite Giuseppe, sua figlia Italia e suo genero Salvatore, insieme ai figli Alberto e Michele; William Hunt, la sua bellissima moglie Marlene e la figlia Laura; i sei libici Al Bakri, radunati attorno al capofamiglia Mohammed, con i quattro figli maschi Farid, Salim, Ahmed, Karim e Nadia, l’ultimogenita. Questo il prologo che apre una storia che si dipanerà dalla Libia all’Italia, dal 1958 al 1983, complicata, violenta, piena di ombre e di radici malefiche, che si allungheranno contorte senza mai spezzarsi. I giovani, nonostante le gerarchie famigliari e di rango, si riuniscono per giocare, esplorare, creare un legame particolare tra libici, italiani e americani che andrà a formare un patto di sangue tra il giovane Michele (Mike), Ahmed, Karim e Nico, un imbranato ragazzo italiano figlio di un benzinaio. I giovani formano un branco, una compagine che diventa società clandestina, poi legale, capace di radunare denaro, di ammazzare, di gestire affari loschi. Michele Balistreri è il loro capo, freddo, coraggioso, violento, la cui personalità è formata da luci e ombre, dal bene e dal male mischiati assieme. Durante una tempesta di sabbia, Nadia scompare mentre si reca al lavoro presso la famiglia Balistreri. Verrà ritrovata qualche ora dopo dentro un vecchio frantoio abbandonato. Qualcuno l’ha stuprata, sodomizzata e poi uccisa soffocandola. Questa morte cambia tutto, molte ombre si allungano sui profili degli abitanti della zona, sui componenti delle tre famiglie che lì vivono. Il branco è deciso a trovare il colpevole, nonostante un vecchio contadino sia già stato incriminato. Ma ci sono molte altre cose che si muovono a Tripoli, cose importanti, cose pericolose, comandate dall’Italia, dalla nuova democrazia, dai giochi di potere tra petrolieri e malavitosi. Tutto cambia velocemente. Un giovane libico viene portato al potere con un colpo di stato, gli italiani sono costretti a espatriare, la madre di Michele si suicida misteriosamente. Il giovane Michele fugge dalla Libia verso Lampedusa. Lo ritroveremo molti anni dopo a Roma, proprio dove non avrebbe mai voluto andare, commissario di Polizia, impegnato controvoglia in un caso di omicidio avvenuto nella sua zona…

Le radici del male ripercorrono a ritroso, appunto verso l’albero genealogico e creatore, la vita di Michele Balistreri, che già nel precedente Tu sei il male, in veste di commissario, indagava sulla morte di una giovane ragazza. Con questo romanzo si torna indietro, a mamma Africa, all’origine del male, nel luogo da cui tutto è scaturito. Ci sono altri punti di contatto tra i due romanzi, altre ambientazioni comuni, che si ritrovano e intersecano. I Mondiali di calcio del 1982, ad esempio, e i demoni di un passato contro i quali il giovane commissario combatte una dura lotta e che in questo ultimo romanzo trovano una spiegazione e un’origine. Si va appunto alle radici, a quella vita che, primordiale e cruda, si fece humus per creare e poi soffocare le vite di amici, nemici e amori di Mike Balistreri. Il romanzo, abbondante e filamentoso, metafora di radici lunghe che si pensava di aver reciso e che invece rispuntano fuori, si divide in due parti distinte da tempo e luogo, in due continenti diversi e il secondo, quello europeo (Spagna, Italia), cede qualche cosa rispetto al primo (una bolla africana di sabbia e ghibli egregiamente descritta). Certi filamenti si allungano e allungandosi troppo si stiracchiano, diventando ridondanti. Allora, il pensiero fugge altrove, alla prima tranche di storia, che funzionava come un orologino svizzero, obbligando il nostro ego lettore a chiedersi cosa mai sia accaduto tra i due tempi e i due mondi, da renderli tanto e troppo diversi.



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