Alle sorgenti del fiume

Alle sorgenti del fiume

Ormai da tre anni Sam Clemens - che in vita è stato celebre con lo pseudonimo Mark Twain - fa parte dell'equipaggio del "Dreyrugr", un drakkar vichingo costruito principalmente di bambù che al comando del sanguinario e ottuso Eric Bloodaxe risale lentamente il Fiume sulle cui rive si è risvegliata l'umanità dopo la morte. Come altri prima di lui (o forse più di altri prima di lui, dato il suo passato di battelliere sul Mississippi) Clemens sogna di giungere alle sorgenti dell'immenso corso d'acqua per cercare di comprendere il segreto di quella strana esistenza ultraterrena e conoscere l'identità dei creatori di quel mondo e i loro scopi, ma sa che essendo presumibilmente il fiume lungo milioni e milioni di chilometri per sperare di riuscire nell'impresa ha bisogno di un battello di ferro e di un motore potente. Dopo averlo costruito, potrebbe selezionare un equipaggio all'altezza di quella avventura: ama fantasticare di Cristoforo Colombo o Francis Drake primo ufficiale, Alessandro Magno, Ulysses S. Grant o Giulio Cesare al comando delle truppe da sbarco e così via. O magari di incontrare quel Sir Richard Burton che ormai da vent'anni è una leggenda sulle rive del Fiume. Dove trovare il ferro, però? La caduta di un gigantesco meteorite oltre l'orizzonte sembra accendere in lui un barlume di speranza, ma per raggiungere il punto d'impatto bisogna innanzitutto sopravvivere al pauroso tsunami che spazza terra e acque, poi scavare il ferro, forgiarlo e soprattutto difenderlo dalle mire dei tanti piccoli aggressivi staterelli che senza dubbio si precipiteranno come avvoltoi nella zona della "miniera". Al fianco di Clemens ci sono un gigante preistorico subumano che Clemens ha ribattezzato Joe Miller e Lothar von Richtofen, fratello del celeberrimo Barone Rosso e anch'egli pilota prussiano di prim'ordine durante la Prima Guerra Mondiale...

Secondo episodio per la saga del Mondo del Fiume, e deciso passo indietro dal punto di vista qualitativo rispetto al primo. Non c'è più l'effetto sorpresa della fascinosa idea di partenza (una sorta di mondo artificiale su cui l'umanità intera - dagli ominidi agli astronauti - si ritrova dopo la morte e viene nutrita, preservata e studiata come un immenso branco di cavie in un laboratorio cosmico, come un reality show), che del resto Philip José Farmer non sembra aver voglia di sfruttare poi così tanto, e tutto somiglia a un fantasy qualsiasi, con la sola trovata dei personaggi "famosi", che a tratti è anche stucchevole. Al centro del plot le smanie di Mark Twain (amorose oltre che filosofiche) e soprattutto le interminabili, barbosissime schermaglie politiche e militari tra la "nazione" che sta costruendo il gigantesco battello fluviale - guidata con pugno di ferro dal subdolo Giovanni Senzaterra - e i reami vicini. Il tormentone su uno di questi, Soul City,  risente senz'altro del periodo in cui è stato scritto il romanzo (tra 1967 e 1971): oggi il tema del Black power e del nazionalismo negro non è né d'attualità né molto comprensibile ai lettori più giovani. Lo stile è sciatto, i dialoghi noiosi, i personaggi monodimensionali, il finale quasi ridicolo: da un innovatore del calibro di Farmer è lecito, anzi doveroso, attendersi molto di meglio.

 

 


 

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