Alluminio

Alluminio
Santiago del Cile, anni ’70. Due squilli di telefono, dopodiché rimangono sette minuti di tempo per fuggire. Dani lo sa, glielo ha insegnato tante volte suo fratello maggiore Manuel. E’ un segnale, un avvertimento. Due squilli significa che la DINA (la polizia segreta cilena) è entrata nel quartiere, e che hai al massimo sette minuti per raccogliere più roba possibile e abbandonare l’appartamento di corsa. Perché Manuel è un dissidente politico, un ricercato. Quelli come lui vengono portati via e non fanno più ritorno, e Dani ha il terrore che questo possa accadere. Poi un giorno il terrore diventa realtà: Manuel scompare nel nulla e Dani, già orfano di padre e madre, finisce in un orfanotrofio. Anni dopo riuscirà a fuggire in Argentina proprio nell’anno dei Mondiali di calcio del ’78, in una Buenos Aires affollata di tifosi di tutto il mondo e sotto la dittatura dei tre generali. E’ qui che Dani, in una periferia malfamata e ridotta allo stremo, riuscirà a riunire una folla di tifosi intorno a un torneo di calcio a cinque. Attratta da quel successo inatteso, la mafia argentina farà a Dani un offerta: creare un giro di scommesse attorno al torneo con possibilità di notevoli profitti per i giocatori ma con nuove regole, dove tutto è permesso. Un gioco al massacro sempre più violento che porterà il protagonista ad un’ultima disperata decisione: giocarsi tutto in una partita. Un ultimo match che può voler dire salvezza o morte…
Qualcuno l’ha definita 'la fabbrica del consenso', la vetrina più prestigiosa per mostrare al mondo intero tutto lo splendore e la bellezza di una nazione. E in fondo il calcio è anche questo: unisce i popoli sotto un unico grido anche quando a casa loro scorre il sangue e si respira morte, come nell’Argentina dei mondiali del ’78. In quell’anno, la squadra di casa divenne campione del mondo battendo in finale l’Olanda mentre a pochi metri dallo stadio, nell’Escuela Mecanica de la Armada, decine di ragazzi dissidenti politici venivano torturati e uccisi senza pietà. Erano gli anni dei tre generali, dei desaparecidos, della lotta politica e della paura. La stessa paura che nel romanzo di Luigi Cojazzi ha l’odore dell'alluminio e dell'acido. La paura di non farcela, di abbandonarsi o di essere abbandonati è vissuta in prima persona attraverso gli occhi di Dani, un bambino che diventa ragazzo in un romanzo di formazione intenso, di alto spessore narrativo e ricchissimo di colpi di scena. Una parabola sul calcio che diventa simbolo di fuga e di speranza verso un mondo migliore, ma non solo. Perché Alluminio è molto di più. E’ un romanzo dalle mille inquadrature, costruito su più piani, a rincorrere i molti sentimenti che si rincorrono tra loro fino all’ultima pagina. E’ un continuo pulsare di sensazioni e di personaggi che lasciano il segno, come Luz Azul, la ragazza dal passato misterioso che porta con sé un segreto, o Xavi e Pablo, gli amici di Dani, alienati dal lavoro di fabbrica durante il giorno e capaci di illuminare la periferia la notte a suon di dribbling e colpi di classe. Integrare una trama così avvincente con una scrittura dal sapore poetico non è roba di tutti i giorni. Luigi Cojazzi è al suo primo romanzo, ma va fortissimo. Il ragazzo ci sa fare, ha classe da vendere, si direbbe al campo d'allenamento. Ma guai a dirlo troppo forte, si potrebbe montare la testa. E’ così che rovinano i campioni, no?

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