Almarina

Almarina

Elisabetta Maiorano ha cinquant’anni ed è vedova. Di mestiere fa l’insegnante e tutte le mattine entra ed esce dal carcere minorile di Nisida dove ogni giorno si reca per svolgere il suo lavoro con i giovani detenuti. I dieci passi che tutte le mattine deve fare per passare dal punto di riconoscimento alla sbarra d’accesso sono il rito che le permette di ripercorrere quotidianamente le ragioni per cui lei è lì, le permette di focalizzare il senso del suo lavoro che poi è anche il senso della sua vita. Elisabetta è un’idealista ed è convinta di poter davvero aiutare quei ragazzi, magari anche provando a trattenerli lì, al riparo dal male che c’è fuori, quello stesso male che li ha portati dentro le quattro mura dell’isolotto. Quel carcere è infatti un luogo di passaggio perché può riportare al mondo fuori o può essere l’anticamera del carcere per adulti, di Poggioreale. Elisabetta non è come molti suoi colleghi, come il direttore, come molte guardie: lei non è rassegnata a lasciare cadere quei bambini già adulti nel baratro e per questo lotta ogni giorno, fra i suoi fantasmi ed i suoi desideri di riscatto, per rendere quell’inferno un posto di crescita e di rinnovamento. L’aiuta qualche collega, l’aiuta il comandante di cui è fisicamente innamorata, l’aiuta a modo suo anche il direttore del carcere, uomo burbero ma in fondo giusto e solo apparentemente rigido. Un giorno arriva Almarina, una ragazza rumena vittima della crudeltà del padre e di una vita ingiusta: nasce una complicità fatta di dolcezza e piccole attenzioni. Anche qualche strappo alle regole. Ma è l’occasione che stava aspettando, per smetterla di sognare il corpo del comandante delle guardie carcerarie e per darsi una seconda possibilità, una seconda vita…

Dopo aver scritto di Antigone e delle morti bianche, Valeria Parrella si cimenta con Almarina in un altro romanzo profondamente femminile e complicato nel quale fonde il diritto all’infanzia con le debolezze della mezza età di una donna sola e fragile, costretta tutti i giorni a costruirsi un’esistenza diversa e più solida. Per questo il romanzo si snoda su diversi livelli di analisi: il passato che ha il volto della famiglia e dell’amore perso, ed il presente che ha il sapore della sconfitta, del carcere, di un lavoro avaro di soddisfazioni e sempre più spesso imbrigliato in insensati burocratismi; c’è poi un futuro che si dipinge fra gli occhi stanchi ma non vinti di una giovane rumena. Le due donne si aiuteranno a vicenda, perché permetteranno all’una di nutrirsi delle debolezze dell’altra, in un rapporto di profonda fiducia. Un romanzo intimo. Per molti aspetti è anche un romanzo crudo, che non si sofferma sui particolari ma li lascia immaginare: ed a volte è anche peggio perché quando non si racconta allora non è possibile esorcizzare certi orrori. Il linguaggio ha il sapore anche irritante dell’epica tragicomica ed assertiva di molti autori napoletani (Erri De Luca, Diego De Silva, Lorenzo Marone), prova a raccontare verità assolute che si concretizzano negli aforismi di biografie sofferte. È quasi un romanzo di formazione, anche se dovrebbe essere oramai un romanzo di conferme: ma il senso è proprio qui, in un finale che pur se scritto non è delimitato, ma continua nella testa del lettore dopo l’ultima pagina. Come in tutti i migliori classici.



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