Alte uniformi e camicie da notte

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25 settembre 1940. Il poeta Antônio Bruno, tre mesi prima, ha avuto un infarto mentre ascoltava alla radio la notizia della presa di Parigi da parte dei nazisti, e ora è in convalescenza. È una mattina luminosa e limpida e a Bruno torna alla mente un’altra mattina di tanti anni prima. Una luce del tutto uguale “attraverso la finestrella dell’abbaino” illuminava il suo studio parigino e avvolgeva il corpo nudo di una giovane donna addormentata. Il poeta ricorda di aver pensato che era una visione degna di un sonetto e che aveva iniziato a scriverlo ma si era dovuto interrompere perché la ragazza si era svegliata e lo aveva richiamato ai doveri dell’amore. Decide così di scrivere ora finalmente quel sonetto, ma mentre si accinge a farlo viene colpito da un nuovo, devastante infarto e muore, lasciando un seggio vacante all’Accademia brasiliana. Occorre dunque che gli altri trentanove accademici ora eleggano un nuovo membro. Un argomento di “vasta ripercussione sulla stampa e nei circoli intellettuali” in tempi normali, ma che passa in secondo piano rispetto alle drammatiche notizie sulla Seconda guerra mondiale che giungono dall’Europa, che in Brasile non tutti giudicano drammatiche, dato che la costituzione totalitaria del Nuovo Stato, che ha rapporti idilliaci con il Terzo Reich di Adolf Hitler, ha gettato il Paese nella brutalità e nell’oscurantismo. A capo del sistema di sicurezza della dittatura brasiliana c’è il colonnello Agnaldo Sampaio Pereira, autore applaudito (e ci mancherebbe) di una decina di libri, “cinquantenne ben conservato, bruno piuttosto scuro di pelle” malgrado ami sostenere la “superiorità della razza ariana”, che ha esposto anche nel suo saggio Per una civiltà ariana ai Tropici, esaltato dai giornali di destra e adottato nelle scuole come testo di Educazione civica. È proprio al colonnello Sampaio Pereira che Lisandro Leite – accademico, procuratore e docente universitario, “preclaro cultore di lettere giuridiche” – telefona per dare la notizia della morte di Antônio Bruno. Ma non per piangere la scomparsa di un importante artista, no. Lo chiama per proporre a lui il posto vacante all’Accademia brasiliana. Ma il colonnello deve agire in fretta, senza indugio deve candidarsi “dando inizio alla lotta per l’immortalità”…

“Questa favola narra di come due vecchi letterati, accademici e liberali, partirono in guerra contro il nazismo, la dittatura, la prepotenza”, scrive Jorge Amado in esergo di questo romanzo del 1979. Ma più che dalle parti delle favole siamo dalle parti della satira: satira politica, come sembra ad una prima lettura, o satira dell’ambiente letterario brasiliano, come sostengono alcuni critici? Il “bersaglio grosso” pare essere Getúlio Vargas, uomo politico che ha segnato la storia brasiliana dal 1930 al 1954, anno in cui si suicidò perché accusato di aver organizzato un attentato contro un giornalista scomodo che lo attaccava spesso. Nel 1937 Vargas, col pretesto di sventare un golpe comunista, sciolse il Congresso Nazionale, le assemblee statali e tutti i partiti e fondò l’Estado Nôvo, un mix di dittatura fascista e riforme sociali ed economiche di stampo quasi socialista. Dapprima filonazista, il regime di Vargas nel 1942 entrò nella Seconda guerra mondiale – con una manovra politica assai disinvolta – contro l’Asse. Anche nella “morale” finale Amado fa riferimento ai regimi totalitari, sottolineando come la forza della poesia, dell’amore e della gentilezza possano mantenere accesa una fiammella nel buio della dittatura. È quindi questo il senso della lotta dei due anziani protagonisti del romanzo, che mettono su una candidatura alternativa a quella del malvagio colonnello Agnaldo Sampaio Pereira, quella del generale in pensione Waldomiro Moreira, apparentemente inoffensivo ma in realtà – si scoprirà poi – peggiore del suo rivale. Un intento nobile che fallisce. Un intento nobile che fallisce come quello del libro di Jorge Amado, poco più di un gradevole divertissement che forse poteva “smuovere le coscienze” negli anni Settanta ma oggi pare caricaturale anche laddove non vorrebbe esserlo.



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