In alto a sinistra

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Un liceale in crisi d'identità ama marinare la scuola e recarsi allo zoo cittadino, accolto dagli sguardi di rimprovero dei guardiani: qui, tra scimmie, elefanti e ippopotami, lontano dai rumori e dagli odori della città, l’adolescente scopre una sensualità arcana fatta di fiati, secrezioni, viscere, ruggiti. Durante l’anno scolastico 1966/67, un gruppetto di buontemponi in una seconda liceo maschile svita un pannello della cattedra per sbirciare le gambe di una supplente: succede il finimondo, ma tra i ragazzi si crea una strana e ferrea solidarietà e invece di denunciare i colpevoli – malgrado la concreta minaccia di indiscriminate punizioni esemplari – la classe va allo scontro frontale con il corpo insegnante, uno scontro che pare prefigurare l’incendio sociale che arriverà nel 1968. Sarà Giovanni La Magna, loro illustre e amato professore di Greco, a far riflettere i suoi alunni sul dilemma “Omertà o solidarietà?”. Nella Napoli post terremoto dell’inverno 1981, un manovale monta infinite impalcature di legno, impasta quintali di calce e legge “Viaggio al termine della notte” di Céline: muscoli dolenti e calli alle mani accompagnano sogni, riflessioni, visioni di una città ferita. Due muratori immigrati – uno italiano e disincantato, l’altro algerino e disperato – lavorano in Francia a uno scavo stretto e profondo, troppo profondo, in cerca di una fogna: le misure di sicurezza sono inesistenti, e le pareti di terra potrebbero seppellirli da un momento all’altro, ma il datore di lavoro non batte ciglio, bisogna sbrigarsi, sbrigarsi. Un operaio ventenne torna a casa dalla sua prima missione di morte come membro di un gruppo terroristico: ha ucciso un uomo, e sente dentro di sé un freddo più freddo di quello che gela casa sua e il suo letto, dove l’attende la sua donna, Nera, “magra, di pelle opaca e capelli scuri”, capace di capire tutto senza che lui dica una sola parola. Torino, novembre 1980, la FIAT ha appena licenziato migliaia di operai, una stagione di sciopero e lotte, destinate alla dura sconfitta: assieme alla mobilitazione fallisce anche l’amore di un giovane napoletano, e il rapporto con la sua compagna si sbriciola sotto l’urto di rancori e come non detto

Ragazzini alla scoperta di un linguaggio dei sensi antico come la nostra specie, ragazzi che si interrogano per la prima volta sulla natura del vincolo sociale che li lega ai loro simili e sulla necessità di ribellarsi ad altri vincoli ancora più opprimenti, uomini che attraversano la quotidiana fatica del lavoro manuale senza però arrendersi all’abbrutimento che viene considerato suo ovvio optional, oppure che saggiano la durezza ferrosa delle relazioni d’amore uscendone doloranti ma vivi, anziani che finiscono sbranati da un cancro alle ossa o paralizzati da medici supponenti ma non per questo smarriscono la dignità e la capacità di guardare lontano. Erri De Luca è tutti loro (“un me narrato più che un io narrante”) in stagioni diverse della vita - anche se non sempre è possibile rintracciare un’orma autobiografica nei racconti di questa storica antologia - e anche noi non possiamo fare a meno di immedesimarci in storie potenti, carnali, malinconiche, nelle quali politico e personale si fanno una cosa sola in un processo doloroso e invasivo che sa di ferita, di penetrazione, di fatica. La fatica della vita che la poesia di dello scrittore napoletano fa sembrare sublime, solenne, ricca di senso anche quando è - è, non sembra - priva di senso. La bella fatica di vivere dalla quale si può fuggire, seppure per brevi momenti, da una “antica uscita d’emergenza”. Girando la pagina di un libro e alzando lo sguardo là, in alto a sinistra, dove la storia continua.

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