Altre voci altre stanze

Altre voci altre stanze
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Raggiungere Noon City è stato davvero difficile: o ci si arriva con un mezzo di fortuna oppure non c’è verso. E come se non bastasse non ho la benché minima idea di come sia la persona dalla quale dovrò recarmi. Mia madre è morta e c’è voluto questo tragico evento per far sì che il signor Ed Samson, il padre che non ho mai conosciuto, decidesse di prendersi le sue responsabilità genitoriali. Una lettera a mia zia Ellen in cui dichiara di voler fare il padre ed eccomi qua, sballottato come un pacco postale per tutto il Sud degli Stati Uniti fino a Skully’s Landing, la sua misteriosa residenza dove, stando alla suddetta lettera, dovrebbe vivere con la sua nuova moglie. La prospettiva non è eccitante ma confesso di provare un po’ di curiosità, e inoltre questo posto è alquanto bizzarro, popolato da individui stravaganti ma interessanti che dubito possano farmi annoiare. Ho già incontrato un tipo di nome Sam Radcliff, chiacchierone ma di buon cuore, che mi ha portato fino a Noon City e poi, in un bar del luogo, il Princely Place, mi sono imbattuto in una ragazzina dai capelli rossi, impertinente e spigliata, tale Idabel Thompkins. In più fu proprio lì che mi dissero che un certo Jesus Fever, un negro talmente basso da sembrare un pigmeo, avrebbe potuto condurmi a Skully’s Landing. Ora sono qui, in procinto di bussare in quella che per un po’ di tempo sarà la mia nuova casa. Ah dimenticavo, mi chiamo Joel Harrison Knox…

Romanzo d’esordio datato 1948 di Truman Capote (che da questo momento in poi incasellerà una serie di fortunatissime opere come L’arpa d’erba e Colazione da Tiffany), Altre voci altre stanze è un romanzo di formazione sui generis, dalle atmosfere allo stesso tempo cupe e grottesche, che evidenzia già alcuni dei caratteri principali del suo autore: l’attenzione quasi maniacale nel descrivere le ambientazioni, il gusto per l’introspezione e il costante e delicato equilibrio tra purezza e decadenza, che in misura più o meno evidente abbraccerà tutte le sue opere del primo periodo. Tuttavia, a differenza di queste ultime, qui si respira un’aria fiabesca e surreale, dove le emozioni e le sensazioni tipiche di un ragazzo bisognoso di certezze e desideroso di uscire dal bozzolo dell’infanzia, spiegano le ali in un contesto multiforme che a volte ricorda il mondo dell’assurdo di Lewis Carroll e a volte la densa visionarietà gotica di Poe. Il tutto incastonato in una cornice tipicamente Southern à la Steinbeck. Ricco (pare) di spunti biografici, Altre voci altre stanze è anche una passerella di personaggi sopra le righe (su tutti l’effeminato e decadente cugino Randolph) i quali sembrano perfettamente adatti a una visione “deformata” come quella di un bambino che sta passando attraversando una terra di mezzo, la landa tempestosa che conduce dall’infanzia all’età adulta, quell’adolescenza che fa schifo ma della quale sotto sotto si rimpiangono la freschezza, la spontaneità e l’autenticità del sentire.



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