Altri regni

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1982. L’anziano scrittore Alexander White, che con lo pseudonimo di Arthur Black ha scritto ben ventisette romanzi, tra i quali il celebre Ciclo di Mezzanotte, ha deciso di lasciare una sorta di testamento artistico e umano, di mettere finalmente per iscritto l’incredibile vicenda che lo ha visto protagonista durante la sua giovinezza e che non ha mai raccontato prima d’ora. È nato a Brooklyn nel 1900, figlio di un Capitano di Marina, Bradford Smith White. Un uomo collerico e violento che ha trasformato l’infanzia di Alexander e della sua sorella minore Veronica (morta ancora ragazzina di influenza) in un vero incubo. Nel giugno del 1917, contravvenendo al ferreo volere del padre che lo voleva in Marina a seguire le sue orme, Alexander si arruola nell’esercito e parte per il fronte europeo. Assegnato al 111° Fanteria, 28° Divisione delle Forze Armate di Spedizione (FAS) di stanza in Francia, il diciottenne Alexander si trova ad affrontare l’orrore della trincea: fango, bombe, gas, topi, sangue, paura, morte diventano la costante dei suoi giorni e delle sue notti. L’unico raggio di sole è l’incontro con Harold Lightfoot, un giovane commilitone inglese che diventa il suo compagno inseparabile. Alexander parla spesso al suo amico di New York, mentre Harold gli racconta del suo paesino d’origine nel nord dell’Inghilterra, Gatford, un posto “grandioso” a sentire lui. Cioè, Gatford sarebbe “grandioso” e New York no. Mah. Un brutto giorno, Harold viene colpito da una bomba a mano e ferito a morte. Agonizzante con il ventre squarciato, l’inglese sussurra ad Alexander: “Quando andrai a Gatford, usa il mio oro e comprati una villetta. Attento solo a… di mezzo…” e muore. Alexander trova nel suo zaino una pepita d’oro grossa come un’arancia e la soppesa tra le mani domandandosi pensosamente perché mai dovrebbe andare a Gatford dopo la fine della guerra, ammesso che sopravviva…

L’ultimo romanzo pubblicato da Richard Matheson (è uscito nel 2011, due anni prima della sua scomparsa, a 87 anni) è un “unicum” nella sua produzione letteraria. È come se l’anziano scrittore – che, non fatichiamo a immaginarlo, si è molto immedesimato nella figura del protagonista – abbia voluto divertirsi a scrivere qualcosa di abbastanza distante dai suoi temi e dalle sue atmosfere abituali, per suo diletto o come esercizio di stile. Gli echi di Arthur Machen e C.S. Lewis (o di contemporanei come Neil Gaiman) sono evidenti in questa rilettura della mitologia celtica dai toni sognanti ma anche inquietanti, costantemente in bilico tra fiabesco e gotico. Il pepe sulla pietanza è il triangolo amoroso (tutt’altro che platonico, visto che il libro contiene una scena di sesso che ha fatto un discreto scalpore, soprattutto tra i puritani lettori statunitensi) tra il giovanissimo protagonista, una strega MILF e una minuscola ma supersexy esponente del Piccolo Popolo. In una trincea fangosa tra il fragore delle bombe o su di un sentiero solitario in mezzo ad un bosco con l’unica compagnia dello stormire delle foglie la tensione rimane la stessa: e ditemi se questa non è un’impresa che poteva riuscire solo ad un maestro dell’arte di raccontare come Richard Matheson.



 

 

 
 
 
 

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