Altrove, forse

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Ecco a voi il kibbutz di Mezudat Ram. Al fondo di una verde valle le casette si presentano in rigorosa simmetria. Le folte fronde degli alberi non spezzano le linee rigorose del luogo, le arricchiscono soltanto di una certa qual gravità. Le case sono tutte perfettamente identiche, come richiesto dall’ideologia dei kibbutzisti, che non esiste in nessun altro posto al mondo. Non ci sono periferie per i poveri né un centro riservato agli abbienti. Le linee dritte, l’essenzialità delle forme, i sentieri cementati tirati col righello, così come i riquadri d’erba, non sono altro che l’espressione di una precisa visione del mondo. Questo intendevamo dicendo che il nostro abitato è costruito con spirito ottimista. Se poi si vuole giungere alla triviale conclusione che il nostro villaggio manca di armonia e di attrattiva, ciò non dimostra altro che un pregiudizio, ispirando in noi un’alzata di spalle che smentisce tale asserzione: il kibbutz non ha infatti per scopo quello di soddisfare le fragili aspettative degli abitanti di città. Il nostro villaggio non è affatto privo di armonia e di attrattiva, ma ha una bellezza maschia e decisa che porta con sé un messaggio storico. Proprio così…

Altrove, forse è il primo e finora inedito romanzo di Amos Oz, concepito cinquant’anni fa, quando il grande autore israeliano aveva appena 24 anni. Già sufficienti, come la lettura dimostra, per sviluppare quello stile lievemente ironico ed elegantissimo che Oz approfondirà nella sua produzione successiva. In Altrove, forse lo sguardo che l’autore getta sull’isolato kibbutz di Mezudat Ram è affidato a una voce esterna che tutto sa e tutto conosce, ma non esprime mai la propria “indignazione morale”, limitandosi alla descrizione di una comunità la cui vita, come tutte le vite, è dominata dalle contraddizioni, dalla casualità, dalla giustizia e dall’ingiustizia in egual misura, dalle scelte incompresibili e dalle passioni incontrollabili. Come quella che ha spinto la moglie di Ruben Harish a fuggire con un cugino in Germania e occuparsi di un night club; o come quella dello stesso Ruben, poeta, maestro e guida turistica che si consola con Bronka, un’insegnante sposata e soltanto sedicenne. Amos Oz, con il suo sguardo lucido ed equilibrato, sembra proteggere i suoi personaggi dall'imprevedibilità delle loro azioni mentre la vita va avanti, difficile e bellissima, e sullo sfondo, oltre le montagne, il nemico attende in silenzio. Sì che il confine, oltre che fisico, si fa esistenziale.

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