Amatrice non c’è più

Amatrice non c’è più

La Matricia ha sempre tremato: il terramoto faceva sentire la sua presenza sin dai tempi in cui il grande poeta Giuseppe Gioachino Belli si trovava a passare da quelle parti. Storie di faglie e di monti dalla grande instabilità che attraversano un territorio dal presente e dal passato movimentato, letteralmente. Belli, quando aveva all’incirca trent’anni, aveva anche dedicato delle poesie a quei luoghi scrivendole nel dialetto locale. Se sei innamorato di Amatrice, se senti di farne parte non può non pensare di iniziare delle ricerche tra gli scaffali della Biblioteca Nazionale di Roma per cercare quei manoscritti preziosi. Una notizia del genere non può che alimentare uno spirito pieno di entusiasmo che già vede la sua opera pubblicata e famosa. La vita però poi ha altri piani e quei progetti letterari vengono coperti da successivi impegni lavorativi, familiari o, più semplicemente, dalla vita stessa. Elena Polidori continua ad avere con quella cittadina un legame affettivo che va ben oltre la carica di sindaco di suo padre. Un legame messo a dura prova da un evento tragico che sbriciolerà tutto quello su cui sentiva di aver fondato la propria esistenza. Perché Amatrice è stata rasa al suolo da un terremoto dalla forza inaudita. Polverizzata, fatta in mille pezzettini, che agli occhi di molti non potranno mai essere assemblati di nuovo. Amatrice sembra esistere ancora soltanto nei ricordi di quelli che attraversavano il suo corso o prendevano un gelato d’estate e si sedevano sulle panchine vicino alla fontana. La zona rossa allora non esisteva e non servivano posti di blocco ad impedire ai suoi abitanti di avvicinarsi alle proprie case…

Il piccolo sottotitolo di questa che prende la forma di una bella biografia amatriciana rende chiaro il sentimento di sopravvivenza che si vuol donare ad un luogo che alle cronache appare come spacciato per sempre. Amatrice è sbriciolata, “ma c’è ancora”, perché quel luogo non si può ricostruire in un’altra parte. Non può esserci una Amatrice Due. Lo spazio è quello e racchiude tutto ciò che chi vi è nato e vissuto non può dimenticare. A differenza di molti altri terremoti che hanno sconquassato l’Italia negli ultimi decenni, quello ribattezzato “del Centro Italia”, per delineare il territorio vasto che è stato colpito, non ha ancora un chiaro piano di ricostruzione. I ricordi, quindi, sono fondamentali per non far dimenticare cosa c’era prima di quell’ammasso polveroso di macerie che colpisce alla gola e al cuore. Il freddo che gli scolari provavano in quelle scuole di provincia in cui si doveva combattere errori di ortografia di derivazione dialettale. Quelle feste che univano gli animi intorno a tradizioni popolari secolari. Nel giro di pochi minuti un luogo dall’animo pacifico noto principalmente per una delle più importanti “istituzioni culinarie” italiane, o per i cinefili più accaniti per essere stato il set di Serafino, si ritrovava al centro delle attenzioni per il motivo più sbagliato. I riflettori illuminavano la Torre Civica, mentre i suoi abitanti venivano spostati verso la costa in un “soggiorno” forzato. Adesso, le luci dei media si sono spente, e ben vengano libri come questo della Polidori a ricordarci che Amatrice ha ancora voglia di esistere.



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