Ambulance songs

Tutti si arriva a un bivio, in un momento imprecisato della nostra vita. La maggior parte se lo ritrova davanti nell’età più volubile e critica dell’adolescenza, quando i quindici o sedici anni cominciano a parlarti con un linguaggio che risulta incomprensibile. Per alcuni, la musica può trasformarsi in un traduttore universale, grazie a una canzone, a una band che arriva per chi, senza saperlo, la stava aspettando. Un traduttore senza tempo, purché i suoi meccanismi siano di qualità, che riesce nel miracolo di rendere comprensibile quello che prima non lo era. Lo spettro musicale dal quale attingere è però enorme e personale, perciò le combinazioni dei database di questi traduttori salvifici saranno vasti. Ma si possono provare a mettere dei filtri: Serve the servants, Nirvana, dall’album In Utero del 1993: manifesto grunge di una generazione vestita di rabbia e, prima ancora di ciò, manifesto personale di Cobain nei confronti del mondo dentro al quale è stato trascinato; Please, Please, Please, Let Me Get What I Want, The Smits, tratta da Hatful Of Hollow del 1984: poche parole stese sopra un tappeto musicale di neanche due minuti, vellutato e quasi impalpabile. “Per una volta nella mia vita / lascia che io ottenga ciò che voglio / Dio sa che sarebbe la prima volta”. Queste non sono forse parole che sanno tradurre ciò che un ragazzo con un mondo tutto da scalare vorrebbe sentirsi dire? E poi ancora: Warsawa, David Bowie, dall’album Low del 1977. C’è qualcosa, dentro un vero artista, dentro al suo genio, come il nucleo di una particella, che trascina con sé le immagini e i colori che lo colpiscono. Idioteque dei Radiohead, registrata per Kid A nel 2000 è il riemergere di Yorke dalla palude della depressione. I musicisti, i salvati dalla musica, salveranno altri che ne hanno bisogno in quel preciso momento, in quel preciso punto del mondo…

La musica non è solo puro e semplice ascolto. Non si ferma lì, ma è anche ciò che viene dopo, così come il guarire da un male non si ferma all’arrivo dell’ambulanza ma prosegue con tutto ciò che viene dopo. La terapia, la convalescenza, lo studio e l’ascolto di sé. La musica, come la scrittura, ma in maniera più immediata, come un’endovena, arriva dritta al cuore e al cervello. Trasmette la cura senza filtri, bonifica i corpi e assolve dalle proprie colpe chi ne ha bisogno. Per moltissimo tempo le canzoni hanno portato le loro medicine alle persone bisognose. Album interi che si ramificavano in canzoni, strutturate in parole e armonie, scendevano a pioggia sugli ascoltatori. Cullavano, fulminavano, schiaffeggiavano, carezzavano laddove c’era bisogno. Oggi è molto più difficile che ciò accada. La fruibilità estrema della musica ha reso l’ascolto superficiale. La cura si è diluita e i ragazzi cercano altrove, spesso nel luogo sbagliato, le soluzioni ai loro problemi. Ecco perché i musicofili sono i più nostalgici di tutti. Perché non è più così. La musica buona passa attraverso gli stessi canali di quella commerciale, si mescola alla spazzatura. Per distinguersi, per fare in modo che chi la ama la trovi, si formano nidi le cui tracce conducono a libri come questo e a blog come https://ambulancesongs.com, contenitori dentro ai quali Salvatore Setola, già collaboratore di varie riviste tra cui “Il Mucchio Selvaggio”, e Luca Buonaguidi, scrittore e psicologo, radunano le medicine personali che hanno permesso alle loro vite di fare una svolta, il giro di vite per farli diventare le persone che oggi sono, per arrivare da qualche parte anziché da nessuna parte. Per chi vuol sentire parlare di canzoni, per chi vuol sentire parlare le canzoni, per la generazione veloce del Ventunesimo secolo, che non sa cosa sia una vera canzone, ecco una lettura consigliata.

 


 

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