Amen

Anni Cinquanta. A Camporone, località a pochi chilometri da Genova, nella Congrega fondata da Antonietta Cappelli – prima donna laureata in psichiatria e in seguito dedicatasi in toto alla religione – oltre a preparare gli adulti ai sacramenti, pianificare l’evangelizzazione e sostenere la chiesa, ci sono membri che hanno il compito di lavorare sottotraccia per modernizzare la Chiesa; un’istituzione che (come anche molti prelati) vedono troppo legata a concezioni vecchie, che vanno superate anche per risolvere problemi che sono troppo spesso sottaciuti o non affrontati apertamente. La pedofilia, il celibato dei preti e la necessità di cambiare la lingua della messa per esempio, in modo che i fedeli non recitino formule a memoria, ma siano consapevoli della liturgia che stanno celebrando. L’Opera mantiene stretti rapporti con il Vaticano, in cui il desiderio di cambiamento, modernizzazione e apertura, è almeno in apparenza fortemente sentito. Sul soglio Pontificio siede Pio XII, a cui succederà Giovanni XXIII, il Papa buono, che istituendo il Concilio Vaticano II, tenta di dare corpo a quei cambiamenti che sente necessari. Morirà prima che si concludano i lavori, che verranno portati a termine da Papa Montini, che proseguirà sulla stessa linea. Alla sua morte nel ’78, viene eletto Papa Albino Luciani, fulminato dopo solo 31 giorni di pontificato da un infarto. A portare in qualche modo definitivamente la Chiesa sulla nuova strada è il Papa polacco, Giovanni Paolo II, che forse non a caso il 13 maggio 1981 viene colpito da una serie di colpi di pistola e ferito gravemente durante il consueto giro in piazza San Pietro prima dell’udienza del mercoledì. A sostenere, indagare e lavorare sul “territorio” – di concerto con i vertici del Vaticano – un giovane prete, padre Michel, e la suora laica Catherine (che nonostante gli abiti stanno insieme alla luce del sole), insieme a don Marco Bettoni, che intrattenendo rapporti con l’esterno, tentano di fare la loro parte…

Inviato speciale, corrispondente di guerra, ora editorialista al “Corriere della Sera”, Antonio Ferrari, autore di numerosi libri, perlopiù saggi, è al secondo romanzo. Ha trasportato in questo Amen (che si scoprirà potenzialmente essere una parola d’ordine e/o il nome di un’organizzazione), se stesso e parte del suo lavoro, cambiando il nome di battesimo e modificando appena il cognome del giornalista che raccoglie i fatti le testimonianze e le ipotesi di tutti i personaggi che animano queste pagine. Certo il mistero che aleggia a tutt’oggi sulla vicenda dell’attentato a Papa Wojtyla è ancora intrigante a distanza di anni e di Papi. Le ipotesi di coinvolgimento dei servizi segreti (italiani, statunitensi, bulgari o russi che fossero) sono affascinanti. Aggiungiamo le connessioni emerse – sebbene provate solo su base indiziaria – di una responsabilità del Vaticano nel rapimento di Manuela Orlandi, lo scandalo dello IOR (la banca vaticana) starring Marcinkus, Calvi e Sindona e in teoria dovremmo avere un romanzo di quelli che ti inchiodano alla poltrona. Ma ahimé, essere un ottimo giornalista non implica essere anche un bravo scrittore. Ecco che allora le tante informazioni da passare al lettore sono delegate a racconti dei/sui protagonisti, basati su mere affermazioni (a volte decisamente difficili da considerare credibili) e il desiderio evidente di denuncia, sacrosanta e condivisibile in toto, di fatti e fattacci – riferiti soprattutto alla pedofilia – che però si allontanano dalla storia principale, non trova un aggancio e questi eventi sembrano del tutto slegati dalla narrazione. Libro interessante comunque se si riesce (e qui la difficoltà è tutta del lettore) a separare la fiction dalla non-fiction, anche per capire l’evoluzione di una Chiesa che ancora è fonte infinita di discussioni per le evidenti e suppongo irrisolvibili, contraddizioni che la caratterizzano.



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