American dust

American Dust
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Un hamburger può cambiarvi la vita. Non ci credete? Eppure è così. Prendete per esempio questo  ragazzino che vive con la madre single sull'orlo di una crisi di nervi e senza un quattrino in uno sperduto sobborgo ai margini di un'autostrada americana: è il 1948, lui ha dodici anni e passa le giornate a raccogliere bottiglie di birra vuote per raggranellare qualche dollaro o a guardare un po' divertito e un po' ammirato una coppia di marito e moglie obesi che tutte le sere d'estate arrivano in riva al lago col loro furgoncino, scaricano un divano (!!) e altri mobili, li poggiano sull'erba e cucinano mentre pescano. Ha rimediato da poco facendo a scambio con un amico un fucile calibro 22, ma non ha proiettili. Guardatelo: ciondola davanti alle vetrine di un bar e di un'armeria. Ha qualche soldo in tasca e muore dalla voglia di un hamburger e una Coca-cola, però certo anche una scatola di proiettili non sarebbe male. Hamburger, proiettili, hamburger, proiettili: il ragazzino sta per fare la scelta che gli cambierà per sempre la vita. E non in positivo...
Quando nel 1984 Richard Brautigan si uccise con un colpo di fucile lasciando complesse disposizioni testamentarie e un cartello “do not disturb” appeso alla porta di casa, nell'ambiente letterario si speculò molto sui motivi del suo gesto estremo. La fine di un amore, i rapporti molto difficili con la figlia, ma anche il fiasco del suo ultimo romanzo, che gli aveva rubato diciassette anni di vita e di scrittura, a cui lui teneva tanto e che invece era passato quasi inosservato. Quel romanzo in un certo senso maledetto è proprio - l'avrete già capito - questo American dust. Un affresco stilizzato di dolente bellezza forse un po' troppo lontano dalle mode letterarie che nel 1982 (anno della sua uscita negli Usa, da noi è arrivato addirittura nel 2005) stavano prendendo piede ridefinendo il gusto di lettori, scrittori ed editori dopo il tramonto degli anni '70 e del loro immaginario. Si tratta di un racconto autobiografico sì o no? I pareri sono discordi, e la verità sta probabilmente nel mezzo: la situazione familiare del ragazzino protagonista è molto simile a quella randagia e instabile vissuta da Brautigan, che fino a 16 anni non sapeva nemmeno chi fosse suo padre (quest'ultimo in compenso non seppe di avere un figlio che qualche settimana dopo il ritrovamento del cadavere dello scrittore). E ci sono due testimoni che affermano che Brautigan raccontò loro di aver ucciso per sbaglio un coetaneo quando era ragazzo, anche se mancano i riscontri oggettivi. Reale o immaginaria che sia, questa disgrazia è la spina dorsale del libro, lo infesta come una presenza occulta sin dalle prime pagine, risuona sinistra negli accenni ricorrenti a drammatici fatti di cronaca con al centro la morte di bambini, sguazza nella malinconia e nei rimpianti della voce narrante colorando tutto di dolore. Ma contribuendo anche in modo decisivo a dare al lettore la sensazione di trovarsi alle prese con grande letteratura.

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