Amici per paura

Amici per paura

1943. Francesco è un marmocchio che sogna di fare il fante in guerra, da grande. È così piccolo che ancora può vivere “nella spietata illusione di possedere una naturale immunità”, nonostante quelli che vive siano i giorni disgraziati della Seconda Guerra Mondiale. È un bambino cresciuto sotto il regime fascista: ogni sabato indossa la sua divisa da “Figlio della Lupa”, camicia nera e calzoncini grigioverde. Il suo giocattolo preferito è un fucile di latta. Francesco fa completamente parte della guerra, “come tutti e ciascuno” nella sua famiglia. Abitano a Roma, e Roma sta vivendo uno dei momenti più drammatici della sua storia: ogni giorno l’angoscia per un possibile bombardamento aereo americano è più inquietante, convincente e sinistra, suonano le sirene a tutto spiano e la gente va a nascondersi nei rifugi, negli scantinati, trattenendo il respiro. Qualcuno pensa di poterla scampare perché a Roma c’è il Papa, perché Roma è una città santa. La domenica quasi tutti vanno al cinema, per cercare di distrarsi. Prima del film c’è un bollettino sui nostri soldati al fronte. Nessuno sa dire con esattezza quante città italiane sono state già bombardate. Francesco crede che la contraerea difenderà Roma. Un lunedì mattina le sirene vengono seguite dai soliti sbuffi bianchi della contraerea, su in cielo; Francesco e tutti gli inquilini del casamento INCIS scappano nel rifugio, senza furia; sembra routine. Tutto a un tratto sentono un botto pauroso, come l’urlo del terremoto. Un suono che diventerà inconfondibile. È il primo di una serie di boati spaventosi. Gli americani stanno lanciando migliaia di bombe sulla cittadinanza romana: a San Lorenzo, al Tiburtino, al Prenestino, al Tuscolano, al Casilino. Ammazzeranno migliaia di persone, ne feriranno altrettante. Francesco scampa, così la sua famiglia. A Roma, a quel punto, non è più il caso di restare: di lì a poco si va in campagna, nelle Marche, dalle parti di Macerata, a cercare riparo e rifugio dai parenti. Poco a poco, però, la guerra arriverà anche là, e sarà la tristissima, fratricida guerra civile, che quasi niente e nessuno risparmia...

Amici per paura, titolo fiacco per un libro piuttosto onesto, è a metà strada tra un romanzo storico e un memoir d'infanzia; l’artista, Ferruccio Parazzoli, poliedrico e prolifico narratore capitolino, classe 1935, una lunga carriera editoriale mondadora milanese, ha pubblicato uno spaccato famigliare dell’ultimo, drammatico biennio della Seconda Guerra Mondiale; siamo, naturalmente, spanne distanti dal capolavoro del genere ‒ La storia della Morante ‒ e in ogni caso siamo lontanissimi anche dal miglior esito allegorico della scandalosa ferita della normalità dei bombardamenti aerei angloamericani, vale a dire Il ragazzo morto e le comete di Parise. Siamo probabilmente, nel 2017, dalle parti di quei libri che vedono la luce con una differita che può risultare imbarazzante, soprattutto perché il periodo è stato raccontato e restituito da una quantità abnorme di romanzi, racconti, poesie, memoir e diari famigliari, e forse andrebbe considerato esausto, e andrebbe anzi tentata una complessa catalogazione e una spericolata sintesi di tutto l’edito, a quasi tre generazioni di distanza dall’accaduto, dopo circa 75 anni di letteratura, piuttosto che valutarne ulteriori aggiunte. Tuttavia, va riconosciuta al vecchio Parazzoli una scrittura compassata e una narrazione piena di mestiere e di sentimento, una felice sensibilità per le figure cattoliche, una tenera nostalgia per il se stesso bambino, una certa classe nel tenersi ben distante dalle demonizzazioni, nere o rosse che siano; infine, una rappresentazione lucida ed essenziale del primo bombardamento di Roma e, più avanti, delle macerie di certi quartieri, e un’appassionante restituzione delle campagne marchigiane e di qualche scorcio clericale di Macerata. C’è qualche debolezza nelle descrizioni – fin troppo minuziose, in certi frangenti, quasi didascaliche, comunque spesso penalizzate da un’aggettivazione pleonastica. E c’è più di qualche debolezza nell’approfondimento psicologico dei personaggi diversi dal protagonista, a dispetto di quanto il titolo (fuori asse) poteva promettere; la resa, in ogni caso, non è mediocre, e l’esperienza estetica non è superflua né del tutto ripetitiva. Nel contesto dello Strega 2017 va considerato come un mezzo UFO: un romanzo autobiografico degli anni Cinquanta o Sessanta improvvisamente planato nella nostra epoca, non senza ruggine: ma almeno senza tagliole ideologiche.



 

 

 

 
 
 
 

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