Amir Nader

Amir Nader
Il nome del regista iraniano Amir Naderi è di quelli conosciuti (e amatissimi) dal pubblico dei festival cinematografici, ma alieno ai semplici appassionati. Anche in Italia, sin dal 1990, non è stato raro trovarne film in manifestazioni come la Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro o il Torino Film Festival, che gli ha dedicato una personale. Del cineasta in Italia si è anche scritto, ma non troppo. Perché il suo cinema è ancora troppo lontano dal sentire collettivo, i suoi film sono delle vere e proprie chicche per i cinefili, ma restano purtroppo confinate ad una fruizione troppo ristretta per gli oggettivi meriti che rivestono. Amir Naderi è un regista nomade: nato e cresciuto in Iran, dopo una prima parte di carriera nel suo paese si trasferisce negli Stati Uniti, dove vive, lavora e sperimenta tanti anni. La carriera lo porterà poi in Giappone dove con Cut gira quello che probabilmente è il suo capolavoro. Oggi continua la sua peregrinazione artistica: se davvero il prossimo film dovesse essere girato in Italia come dicono i rumors, i ragazzi di Moviement avrebbero fatto realmente centro!
Naderi è più regista o videoartista? Più sperimentatore o film-maker? Il suo cinema è di certo qualcosa di antinarrativo, nell'accezione più classica del termine: a parlare non sono tanto i dialoghi, né tantomeno una sceneggiatura articolata né particolareggiata, nei suoi film “la costruzione della trama è consegnata alle immagini, al montaggio e al suono”, come si legge nell'editoriale. Gemma Lanzo, curatrice del volume in oggetto insieme a Costanzo Antermite (come poi avviene per tutti i libri della collana), non cambia una formula che fino a questo momento sembra decisamente funzionare: grande formato, nessuna pretesa di esaustività e completismo, articoli già pubblicati e tradotti in italiano, saggi originali, il tutto condito da appendici varie. Non è facile parlare del cinema del regista iraniano, per questo il volume è fatto di tante pennellate, che ne delineano le principali caratteristiche, ma lasciano ad un futuro approfondimento molti risvolti della sua carriera artistica. I suoi primi anni, quelli passati in Iran, sono forse i meno conosciuti: per questo il saggio di apertura, tratto dal catalogo del Festival di Pesaro del 1990, è uno dei passaggi più interessanti del libro. Procedendo oltre ci si avventura in territori più complessi e che ben riflettono lo sperimentalismo del cinema di Naderi: “L'arte del rumore. Il suono nella trilogia di Manhattan” ad una primissima occhiata può sembrare l'ennesima tirata semiotica, mentre Christopher Gow, l'autore, lotta per rendere il discorso il più semplice e lineare possibile. Il classico approfondimento su un film non poteva che andare nella direzione di Cut, “il suo personalissimo manifesto poetico, un autentico atto d'amore verso la settima arte che ne permea ogni fotogramma”. La chiusura del libro è dedicata al Naderi fotografo, primissima pulsione artistica del regista di Vegas: based on a true story. La costanza con cui escono i “quaderni” di Moviement e la ricerca dei soggetti da studiare ne fanno, e lo diciamo senza troppa presunzione, una versione moderna dei celeberrimi “Castorini”. Nove volumi possono dirsi, quasi, una certezza.

 

 

 

 
 
 
 
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