Amore proibito

Amore proibito

Monastero di Sant Benet de Bages, 1458. La signora di mezza età dal portamento elegante come ogni febbraio attraversa il monastero decadente invaso dalle erbacce, si dirige senza guardarsi intorno verso la cripta e ne scende solennemente le scale. Si ferma davanti all’urna di San Valentino e s’inginocchia. Il gelo del pavimento passa attraverso il tessuto dell’abito, lei si sistema i capelli grigi raccolti sotto il fazzoletto e si mette in attesa. Mille pensieri le affollano la mente. A un tratto il tocco leggero di una mano sulla spalla le serra la gola: non c’è odore di brodo di gallina o di mele candite, sa per certo che non è frate Climent, è un altro monaco che con indifferenza le consegna la chiave e se ne va prima che la donna trovi il coraggio di fargli la domanda che le brucia dentro. Delusa prova a alzarsi ma le gambe intirizzite non rispondono, il volto si contrae in una smorfia di dolore; una ragazzina sorridente le si avvicina per aiutarla, è insieme a un coetaneo, posano un fascio di fiori davanti alla tomba di San Valentino e si allontanano felici. I ricordi prendono il sopravvento…

Amore proibito è l’ultima fatica di Coia Valls, fatica anche per il lettore che purtroppo si trova tra le mani una trama per niente originale ‒ l’amore carnale tra un religioso e una donna laica ‒ che per di più nella storia della letteratura ha avuto prestigiosi precedenti, come per esempio quelli ispirati alle vicende di Abelardo e Eloisa. Nel prologo viene ripetuto in modo pedante che le pagine successive sveleranno segreti e misteri misteriosi: in realtà, nonostante salti temporali e altre strategie narrative più o meno riuscite, s’intuisce quasi subito la direzione del racconto. È evidente che Coia Valls ha fatto un’accurata ricerca storica sul periodo, sui terribili terremoti che colpirono quelle regioni e su personalità realmente vissute in quegli anni, peccato che nella stesura del romanzo le informazioni siano molto sintetiche e sparse a casaccio. Emergono qui e là argomenti che potrebbero dare spessore e ritmo, interessanti relazioni tra i personaggi, finestre sulla vita dell’epoca che inspiegabilmente l’autrice liquida in poche righe, mentre indugia compiaciuta su particolari che non aggiungono nulla e appesantiscono la lettura. Avrebbe potuto sviluppare il tema del contributo delle donne all’evoluzione della medicina, allo studio e cura delle malattie, approfondire le difficoltà di affermazione e riconoscimento in una società fortemente maschilista e in realtà, a dispetto del titolo, l’autrice ha dato a questi contenuti proprio lo spazio centrale, ma anche questi aspetti sono trattati in maniera spiccia, superficiale e banale. I protagonisti, come i personaggi ‒ tanti e non sempre necessari ‒ sono appena abbozzati, troppo “contemporanei” nel modo di agire e di pensare. Il travaglio emotivo degli amanti, la fatica nell’affermarsi come donna medico sono “cose” dette, poco o niente trapela dei costi emotivi, mentre al contrario si avvertono le forzature in quei pensieri dei protagonisti che palesemente sono riflessioni o anticipazioni sul futuro proprie dell’autrice. Lo stile narrativo è lento, artificioso, poco coinvolgente, e, trattandosi di un romanzo con ambientazione storica, non è condivisibile la scelta di menzionare i luoghi con toponimi attuali: se si vuole aiutare il lettore a individuare le regioni di cui si parla, esiste la possibilità di mettere note a margine. Uno scritto in cui manca il respiro delle anime.

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