Amy e Isabelle

Amy e Isabelle
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Tutto scorre placido a Shirley Falls, sebbene sia uno degli agosti più caldi e torridi di cui si abbia memoria in paese. Isabelle Goodrow, che abita con la figlia quindicenne Amy in una vecchia casa dei Crane sulla Statale 22 presa in affitto appena sono arrivate quando Amy non era che una bambina, non ha altro sollievo che il ventilatore. L’ha dovuto mettere sia in camera sua sia in quella di Amy, perché entrambe si trovano proprio sotto al tetto dove si concentra più calore: altrimenti oltre ai pensieri anche l’afa le tormenterebbe e le terrebbe sveglie a rigirarsi nei loro letti ascoltando i rumori l’una dell’altra. Tornate dalla fabbrica dove Isabelle lavora come segretaria di Avery Clark, il capufficio, e dove Amy sta provvisoriamente sostituendo Dottie Brown che è a casa dopo un’isterectomia, madre e figlia consumano la cena – un hamburger e un toast accompagnati da barbabietole – praticamente in silenzio. C’entra senz’altro il normale distacco tra due donne che vivono fasi tanto diverse dell’esistenza, c’entra anche il fatto che Amy non sopporti il noioso lavoro che le è stato affidato, ma soprattutto Isabelle non riesce proprio a dimenticare la prima e unica ribellione che la ragazza ha osato intraprendere verso la loro armonia precostituita, e pacifica. Isabelle si sente tradita…

Primo romanzo di Elizabeth Strout, premio Pulitzer nel 2009 e premio Bancarella nel 2010 per Olive Kitteridge (2008), la storia di Amy e Isabelle contiene già molti elementi che saranno poi ripresi dalla scrittrice nel resto della sua produzione. La provincia americana, in questo caso anni Sessanta e prefemminista, che non tollera scandali e li affoga nel tran tran ordinario della quotidianità fatto di pettegolezzi dopo la messa, inviti a cena e dopocena, silenzi e occhiate complici; la sicura, poetica presenza di piccole cose – siano oggetti come il bricchetto di porcellana di Belleek ereditato, o un omaggio floreale composto con un cestino conservato e due zollette di calendule e campanelle tirate su dal giardinetto domestico – che descrivono una borghesia forte anche quando ne sono scardinate le regole principali. “Ma che ci potevi fare? Solo tirare avanti. La gente tirava avanti; lo faceva da migliaia di anni. Facevi tesoro della gentilezza che ti veniva offerta, lasciandotela filtrare dentro il più possibile, e con gli anfratti che restavano oscuri cercavi di conviverci, sapendo che col tempo si sarebbero potuti trasformare in qualcosa di quasi sopportabile. Dottie, Bev, Isabelle, ognuna a modo suo, ne erano coscienti”. I caratteri dei personaggi principali, che Strout forgia con maestria assoluta fino a farteli mancare quando chiudi il libro dopo l’ultima pagina, dominano la narrazione incastonati in una storia di per sé semplice, senza alcun intreccio complicato, ma proprio per questo godibile e accessibile a tutti.



 

 
 
 
 

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