Ana no

Ana no
Trent’anni sono trascorsi dall’arrivo di quella terribile lettera in cui Ana Paucha apprendeva dalla voce del postino (perché allora non sapeva né leggere né scrivere) che suo figlio Jesus, il piccolo, era stato condannato all’ergastolo in una prigione del nord del paese. Da quel momento agli occhi di Ana si erano aperti orizzonti di solitudine e silenzio, stretti su di un mare ormai deserto della barca ‘Anita la gioia del ritorno’, unica ricchezza della famiglia Paucha che ogni giorno le riportava a casa il marito e i tre figli dopo la fatica del pescato. Ingrata, la maledetta guerra, quei profondi affetti glieli ha strappati dalle cure uno dopo l’altro ma non dal cuore. E mentre Ana sente il respiro della morte confondersi con gli ultimi aneliti della sua vita, medita la più forte e amara delle decisioni. Un lungo viaggio. Sistemata la casa dove non aleggia più un filo di polvere, tirata la barca a riva con la chiglia ormai graffiata solo dalla sabbia riarsa, riposta la chiave, è pronta a partire dal suo piccolo porticciolo andaluso verso il nord della Spagna, ignoto confine che tuttavia non le fa paura. È carica solo del peso dei suoi dolori, dei suoi abiti neri che rendono la sua figura ancora più piccola e più cupo il suo animo, di pochi spiccioli che non bastano neppure ad acquistare un tozzo di pane fino alla fine del viaggio ed di un pacchetto, un prezioso pacchetto, stretto alla vita nel quale custodisce un pane di mandorle con olio, anice e tanto zucchero come piace a Jesus (un vero dolce, dice lei), fatto secondo un’antica ricetta mai dimenticata, ultimo dono di una madre per l’amato figlio. Ana non conosce stanchezza, non conosce notte, non conosce fame, non si ferma davanti alle umiliazioni, si abbassa ad ogni tipo di lavoro per mantenersi dignitosamente da vivere e arrivare al suo nord. Lava i cadaveri in un obitorio, lavora in un circo, accompagna in uno spettacolo per due soldi di elemosina un cantore cieco (che le insegnerà a leggere e a scrivere), unico compagno di viaggio insieme ad una vecchia cagna che il crudele destino e la cattiveria degli uomini le porteranno via. Ma Ana non si arrende e con la forza della disperazione e dell’amore, instancabile persegue la via ferrata, senza mai voltarsi indietro, perché la morte non deve sorprenderla cammin facendo. Adesso che sa che il suo appuntamento è vicino. Vento freddo, neve gelata e pungente sono i primi presagi di una natura infida, eppure Ana sfida ancora quell’ultimo sprazzo di vita che le resta nelle vene. Finalmente, come un miraggio, la prigione le si apre davanti ma dietro quella porta ad attenderla troverà la più amara delle notizie...
Mirabile questo romanzo, di certo il capolavoro di Gomez-Arcos. Una storia drammatica e intensa dove le parole, come pietre avvolte di rugiada, si insinuano nel cuore del lettore coinvolto in maniera appassionata nelle vicende di Anita, divenuta Ana no per i tanti rifiuti ricevuti e accettati dalla vita. Il viaggio che conduce Ana dal suo piccolo universo, la culla della sua esistenza, all’apogeo del suo destino è un percorso iniziatico nel quale la protagonista è destinata a conoscere e a portare sulla pelle i segni della cattiveria, della stupidità, del disprezzo e del dolore di esistere. Di essere ed esserci ancora dopo suo marito e dopo i suoi figli. Per Ana è il viaggio dell’esilio interiore e delle perdite: a partire dalle cose meno importanti per lei, gli averi - la casa, la barca, la chiave ben riposta – che abbandona in nome dell’amore; gli abiti - che nelle ultime pagine del romanzo si lacereranno come foglie al vento, simbolo che l’esistenza potrà mettere a nudo il suo corpo ma non la sua anima-; l’identità – privata del nome mescolerà il suo cibo e giaciglio anche con gli animali, fino ai valori profondi della fede (rifiuterà la presenza di Dio nella sua vita). Un viaggio verso gli inferi che per la maggior parte Ana compie da sola. Non è un caso tuttavia che il suo destino si incroci con una cagna, vecchia come lei, un cieco che ben sapeva vedere e sondare nell’animo umano, e con degli ambulanti del circo, incarnazione rispettivamente dell’Innocenza, della Poesia e della Follia simboli e metafora della derisione e del rifiuto sociale. Della protagonista non conosciamo la voce: poche le battute di Ana, rinchiusasi nel suo silenzio, tuttavia compensate e superate dai forti, intensi, drammatici colloqui a tu per tu con la Morte, la Signora, in un continuo gioco di avvicinamento e allontanamento, forza e debolezza che nel luogo della prigione giunge a una sorta di intimità quando Ana grida la sua resa finale - “Morte, rispondi! Sono arrivata! Abbiamo un conto in sospeso!” - dove non si celano i pudori, non si risparmiano gli appellativi più duri e crudi. Come tutta risposta, un’eco spasmodica avvolgerà Ana. Ultimo scherno derisorio della vita. La storia di Ana è il pretesto per una denuncia sulle crudezze dell’esistenza. No. Tanti no si affollano lungo il romanzo. No alla dittatura politica, morale e sociale della Spagna franchista. No dell’anima accerchiata dalle ingiustizie, dall’egoismo, dall’indifferenza, dalla disperazione e dalla miseria. No a tutte le prigioni fisiche e spirituali. No alla morte alla quale, infine, tutti dobbiamo arrenderci. Come ha fatto Ana. Con un sì. Un romanzo, insieme poetico e drammatico, che lascia un segno nella profondità dell’anima.

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER