Anatra all’arancia meccanica

Anatra all’arancia meccanica
Se siete un collettivo di scrittori e avete appena pubblicato un bestseller dalla trama articolata e complessa che si intitola Uh? per la più importante casa editrice del paese, la Heynoughty, è inevitabile che il cinema si accorga di voi. Allora vi tocca andare a Roma, dove ci sono le major, dove ci sono boss come Cordelio De Gaudentiis che, dopo aver prodotto perle del calibro di “Benvenuti a ‘sti frocioni” e “Benvenuti a ‘sti frocioni 2”, ha tutta l’intenzione di opzionare il vostro romanzo per farne un film. Se voi non siete avvezzi al mondo dei cinematografari e per giunta “scendete” a Roma dal nord Italia, lo scenario che vi si offre potrebbe essere, decidete, esilarante o deprimente, o anche entrambe le cose insieme…
Esilarante è, invece, il mondo disneyano in cui sono improvvisamente saltati tutti i paletti, dove il sorcio dai guanti gialli (affettuosamente chiamato la pantegana) si muove in un universo noir esasperato e pericoloso, in cui frequenta pessimi ceffi, prende un sacco di botte, dice parolacce e non disdegna affatto il sesso orale… Le cose non sono migliori ad Anatropoli, dove il collega papero, Anatrino, è stufo di subire le angherie dello zio miliardario e di andare in giro vestito come un deficiente e per giunta senza mutande. Così, fra lo sconcerto dei disegnatori e dei manager della multinazionale, nelle strisce degli albi Anatrino sfodera inaspettatamente delle poderose erezioni e si rifiuta di pronunciare le ridicole battute che gli scrivono gli sceneggiatori. Forse non è un caso che il più famoso disegnatore di paperi, Carl Barks, abbia un nome che somiglia proprio tanto a quello di Karl Marx, e allora, che rivoluzione sia! Ma non c’è soltanto la parodia in questo Anatra all’arancia meccanica, ci sono anche molti altri racconti (scritti dall’inizio degli duemila e per tutto il decennio successivo e raccolti solo ora in volume) che restituiscono – con uno stile di scrittura inventivo, immaginifico e iperrealista – l’eco delle tante vicende accadute nel corso degli anni zero. Il G8, l’immigrazione, l’undici settembre, il caso Englaro. Questi e altri temi scorrono all’interno dei racconti senza assumere mai un ruolo di primo piano e proprio qui sta la forza del libro, che non ha certo la pretesa di restituirci la cronaca di un’epoca, ma ci offre, grazie all’ordito vivace della fiction, una narrazione obliqua che ci permette di intra-vedere la filigrana di fatti che hanno caratterizzato (e le conseguenze le sentiamo fortissime ancora oggi) tutto un decennio. Come scrive Tommaso De Lorenzis nell’introduzione, “A ripensarci oggi questi fatti somigliano ai dettagli di un affresco di cui ci sfugge l’insieme. Sono eventi all’apparenza sconnessi come i puntini di certi passatempi da periodico d’enigmistica. Bisogna unirli per vedere cosa salta fuori.” Unire i puntini, questo è quello che ci consente di fare (divertendoci anche un sacco) il libro di Wu Ming. Forse è solo mescolando insieme visionarietà e realismo, lucidità e profezie, che si può raccontare nel modo migliore un’epoca ancora in divenire e sempre più sfuggente. 

 

 

 

 
 
 
 
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