Ancóra

Ancóra
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Se mio padre non fosse stato un assassino, io non sarei mai nato… non sarei neanche me stesso… mia madre non sarebbe morta dandomi alla luce… non sarei mai arrivato ad avere nove anni e a stare seduto a quella tavola… non mi avrebbe mai raccontato questa storia e io non l’avrei mai sentita… non avrei mai saputo che aveva ucciso qualcuno. Durante un trasporto di clandestini la barca si era rovesciata in mare a causa di una tempesta, mio padre per salvarsi aveva ucciso un vecchio aggrappato a un salvagente. Mi racconta questa storia un’unica volta. Un’unica volta ammette il suo peccato. E io ho solo nove anni e mi chiedo: perché proprio ora? Perché me la racconta adesso? Forse perché questa storia contiene l’unica lezione che mio padre sia in grado di darmi, l’unica lezione di vita che conosce: “Sopravvivi!”. O forse perché mio padre cerca un apprendista. Qualcuno che gli appartenga, carne, ossa e midollo. Per non condividere i profitti con un estraneo, deve rendere suo figlio complice dei suoi crimini. Se mio padre non fosse stato un assassino forse non sarebbe neanche potuto essere mio padre, perché a me poteva fare da padre solo un assassino. E sarebbe stato il tempo a dimostrarlo…

“Il nostro Paese (la Turchia, ndr) è un ponte antico, con un piede scalzo a Oriente e l’altro infilato in una scarpa a Occidente, da cui transita qualsiasi merce illegale”. Gaza è figlio di un mercante di uomini che traffica clandestini. A nove anni inizia ad aiutare il padre e impara molto presto che l’uomo è una merce di scambio e pertanto può essere commercializzato. Ma Gaza non si limita come il padre a compiere il suo lavoro con indifferente distacco, si trasforma in un tiranno senza scrupoli, un assassino, uno stupratore, un crudele burattinaio. In questo romanzo narrato in prima persona, attraverso una scrittura tagliente e quasi iperbolica, Gaza confessa, ammette, dichiara con spietato cinismo tutto ciò che vede e compie. Ancóra è un romanzo deflagrante, che rompe gli schemi e ci mostra senza reticenza il fenomeno dell’immigrazione da un punto di vista scomodo, ma soprattutto ci racconta la miseria della vita. Non solo quella della povertà, della violenza, del dolore. Ma la miseria del cuore, la pena, la pietà, l’infelicità, l’insufficienza di stare al mondo. E lo fa con gli occhi di un personaggio molto negativo che obbliga tutti a porsi la stessa domanda: il male può trasformarsi in bene? Forse. Ma a un prezzo altissimo, poiché “nulla è gratuito in questo basso mondo. Tutto si sconta, il bene come il male, presto o tardi si paga. Il bene è necessariamente molto più caro”, come scriveva Louis-Ferdinand Céline.



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