Anche Francesco le diceva

Anche Francesco le diceva
Turpiloquio, ovvero linguaggio contrario alla decenza, sconcio, osceno. Parolacce che irrompono nella conversazione quando l’interlocutore vi è più coinvolto emotivamente o perde le staffe, o vuole accentuare ‒ persa ogni altra possibilità di argomentare la sua risposta ‒ l’incisività e intensità del messaggio. La parolaccia, tabuizzata e deprecata, appartiene comunque alla cultura e al linguaggio, si può declinare secondo diversi livelli di forza e diversi aspetti tematici (sociale, sessuale, scatologico, etc.), si può contestualizzare e registrare così cosa accade all’attore di quel turpiloquio che “per la complessa rete di aggiornamento e tabuizzazione cui è sottoposto, delinea con molta precisione i tratti caratteristici della società e della cultura in cui ha origine e cittadinanza”. Con Dario Fo, dunque, “dimmi le parolacce che usi e ti dirò chi sei, da dove vieni, da quale popolo sei stato educato o negativamente condizionato”. Il passo è breve a giungere a quei luoghi della politica odierna dove l’aggressività verbale si fa forma identitaria o anche forma “d’aggregazione” con certuni strati della società. D’altri luoghi e d’altri tempi, anche Francesco d’Assisi se ne fa scappare qualcuna, e con lui Martin Lutero...

“Siamo erroneamente portati a pensare”, afferma Natale Fioretto, “che il turpiloquio tolga pregio ed efficacia alla comunicazione, ma da un punto di vista squisitamente linguistico i termini “turpi” non inficiano la comunicazione, semmai la arricchiscono di connotazioni di varia pregnanza provocando risposte di tipo neurologico e psicosociale”. Da qui, le riflessioni sociolinguistiche in Anche Francesco le diceva sulle brutte parole in campo politico, sulla storia della parolaccia, sulla parolaccia mediatica e quella teatrale. Fioretto, docente di lingua italiana e traduzione dal russo all’Università per stranieri di Perugia, in brevissimo spazio delinea qualche appunto sul turpiloquio come “parte integrante di un sistema linguistico”, cercando di andare oltre certe letture immediate, evidenziando le connotazioni che derivano dall’uso dello stesso e da ciò che accade durante l’atto comunicativo. Sottovalutando le talvolta brusche, talaltra colorite, di vecchia provenienza o di schietto neologismo, male parole (escludendone l’analisi o censurandole in quanto sconce – offese al comune senso estetico, socialmente inopportune), secondo Fioretto, ci si preclude una completa padronanza linguistica, monca di questa precisa area semantica.

 

 

 

 
 
 
 

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