Anche le sante hanno una madre

Anche le sante hanno una madre

Nella cittadina di Falls tutto sembra perfetto e il buonismo regna incontrastato: “le donne sono così stile country club che vanno a fare la spesa alle sette del mattino tutte ingioiellate e supertruccate come per un provino”. Ovviamente non amano chi è diverso da loro, specie se questi ha un QI superiore e una figlia meravigliosa e invidiabile. Il QI in questione è quello di Jean Mulray, una donna di 43 anni che, come afferma lei stessa, “non aveva finito gli studi, non valeva niente, era agitata e insoddisfatta” e che, “con la vocazione della mamma delle star” aveva proiettato tutti i suoi sogni su sua figlia Cait. Un vero e proprio prodigio di figlia, una filantropa sempre pronta ad aiutare gli altri, con “trecce biondissime, voce da contralto un po’ roca, occhi azzurri ammiccanti che sprizzavano dolcezza e lealtà”. Mai un brufolo e sempre quella propensione a svegliarsi sorridente come “uno di quei gattini che si stiracchiano alla vita, già sognando il latte”. Un giorno, contro la volontà di sua madre, Cait decide di andare in missione in Africa e da quel momento il loro rapporto telefonico si fa sempre più complesso e sporadico...

Anche le sante hanno una madre fa parte di un trittico originario di novelle intitolato Local Souls, nel quale l’autore sviscera le psicologie di anime perse e insieme redente, appartenenti a un contesto appunto locale e suburbano ma portatrici di desideri e frustrazioni che assumono un distinto carattere universale. La novella, qui pubblicata da sola, risente un po’ della mancanza del disegno tripartito originale in cui era inserita, in cui i tre testi si alimentavano ovviamente a vicenda andando a creare un affresco socio-culturale di più ampio respiro, come accade in tutte le raccolte unite da un singolo tema portante. Ciononostante il testo si regge molto bene anche da solo e, attraverso la sapiente narrazione di Gurganus e la sua abilità sintattica e lessicale (talvolta un vero virtuosismo che per forza di cose si perde un po’ in qualsiasi traduzione), riesce a comunicarci aspetti molto sottili della psicologia di una madre. Julie dimostra di amare e insieme di detestare il suo ruolo materno, in una oscillazione che rende il personaggio spregevole ed egoista, ma anche, allo stesso tempo, sensibilissimo. Nella sua lampante schiettezza e apparente semplicità, Gurganus non scade mai in facili caratterizzazioni e suggerisce, al contrario, come l’essere umano sia una continua oscillazione di pensieri ed emozioni spesso contrastanti e antitetici. In questo caso, la madre Jean sente il peso di aver rinunciato alla propria vita per i figli e non perde occasione di ricordare al lettore la sua vittoria a un concorso letterario a diciannove anni e di avere un QI più alto della media (tra l’altro aumentandolo sempre di più durante la narrazione). È naturale, sostiene Jean, “voler vedere la propria figlia raggiungere tutto quello che non hai raggiunto tu”. E aggiunge in seguito, riconoscendo le sue colpe: “forse delle narcisiste come noi […] non dovevano nemmeno pensare a fare figli”. E ancora: “per risarcire la vita che avevo perduto quanto avrebbero dovuto essere meravigliosi e geniali i miei figli?”. Tra le righe di una trama semplice ma avvincente si possono leggere verità più profonde e talvolta scomode per qualcuno, specie per quei genitori che, come Jean afferma di sé, “non sono genitori nati”. Quei genitori che rischiano il totale fallimento quando il fare figli diventa solo un fatto quasi meccanico e paradossalmente inevitabile, e quando, soprattutto, i figli sono messi al mondo principalmente per ovviare a un vuoto esistenziale che non si cancella certo grazie ad essi e che, a volte, con essi può anche acuirsi.



 

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER