Ancora dodici chilometri

Ancora dodici chilometri

Nel cuore della tenebra, tra freddo, neve e ghiaccio, ad una quota di 2000 metri, ogni notte uomini neri si avventurano in quel cammino tortuoso. Un esercito di migranti, che al termine di un viaggio lungo anni, attraverso il deserto, le torture delle prigioni libiche e il Mediterraneo, percorrono quel tratto di montagna che divide l’Italia dalla Francia, al valico del Monginevro. L’ultimo autobus di linea arriva da Torino dopo le otto di sera e si ferma a Claviere, Alta Val di Susa. Tra i passeggeri scendono anche africani, uomini, donne e bambini. Ascoltano le indicazioni del passeur, anche lui africano, pagano e si incamminano per le viuzze del paese in direzione della rotta alpina, con la speranza di raggiungere Briançon. Devono percorre dodici chilometri per terminare “l’ultimo livello del videogame”. Ignari di sfidare la morte, con indumenti del tutto inadatti alle spietate condizioni climatiche (a volte i cadaveri vengono trovati solo in primavera). Spesso vittime del passeur, che per cento euro gli indica la via del campo da golf, dove vengono presi dalla gendarmeria francese. Più facile passare il posto di blocco della polizia italiana. I sentieri buoni sono più a nord, lungo il tracciato che porta allo Chaberton per poi piegare verso la Francia. C’è anche una fitta rete di solidarietà, che sconfina oltre la legalità e supporta i migranti. Uomini e donne, molti dei quali compongono una parte del movimento NO TAV. Come assaltano cantieri, così prestano ogni tipo di aiuto a coloro che fuggono. All’osteria La Credenza di Bussoleno Nicoletta nasconde Lucky, un nigeriano, e parecchi volontari collaborano con associazioni, come Rainbow for Africa o il Pulmino Verde. Ma ci sono anche i polacchi, uomini-robot educati al mito di Stachanov, che alla guida dei loro camioncini, giorno e notte, aiutano i migranti a superare il confine al valico del Colle della Maddalena, portandoli a Barcellonette...

Non c’è speranza che il “transito epocale” di esseri umani, in prevalenza africani, lungo la rotta alpina possa essere fermato. Questo il pensiero di Maurizio Pagliassotti, giornalista e scrittore, che racconta in presa diretta la fuga disperata di migranti alla ricerca della fine di un incubo. L’agognato “ricomincio” è un piccolo rifugio situato a Briançon, in cui i fuggiaschi possono vivere tranquilli, “...dove i gendarmi, la police, la legione, i magistrati, la fasciosfera di ogni foggia, non entrano”. Una struttura dove si intrecciano vite e mondi terribili, da cui promana “qualcosa di nuovo, grande, soverchiante, rispetto cui l’affannarsi del mondo che alza muri, schiera truppe, aizza popoli, appare un’inutile perdita di tempo”. Un punto del mondo da cui si irraggia una normalità che non è mai parte di queste vite improntate al nomadismo, ad una sopravvivenza permanente, al mimetismo. Tanti i temi correlati all’immigrazione di massa. Dal sovranismo, cioè “l’autoincoronazione di un monarca” che sfrutta gli istinti di un mondo che ha deciso di non ragionare, al diffondersi della sub-cultura del nemico alle porte. Dalla difesa armata del confine, che fa apparire l’Europa di Ventotene un’ideale morto e sepolto, al sistema “biopolitico” che mette in relazione il migrante con il sottoproletariato dei quartieri disagiati di grandi città (con il risultato di dare vita ad un “socialismo di massa” appetibile per trasmissioni televisive aizzapopolo). Ancora, la delegittimazione o, peggio, la criminalizzazione o l’intimidazione di coloro che aiutano i migranti, nella fogna mediatica qualificati come “buonisti” o “radical chic”, o il dilagante razzismo buono, che propugna di aiutarli a casa loro, di bloccare l’importazione di questi “eserciti di riserva”. Ma anche l’ideologia (anti) no border di una sinistra ormai “anti-migranti” e “pro-poveri autoctoni”, con il principio dell’inclusione caduto nel dimenticatoio. Le conclusioni di Pagliassotti sono un pugno allo stomaco. I migranti sono il farmaco che viene somministrato a masse alienate affinché non pensino al loro mondo saccheggiato. La pietà e la pena per costoro non smuovono più le coscienze, ma generano solo un dilagante senso di soddisfazione. La scrittura scorrevole agevola le considerazioni di chi legge. C’è molto su cui riflettere.



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