Andare

La Groenlandia è uno spazio immenso che ricorda quello lunare: trecentosessanta gradi di possibilità, di scelte libere in un ghiacciaio immenso, all’altezza del Circolo Polare Artico, dove l’uomo, pur dotato di una capiente slitta, resta solo un puntino in mezzo al bianco. Autonomia e autosufficienza sono le parole chiave, lo stare bene con se stessi, la capacità di riuscire a chiamare musica il rumore del vento che agita i teli della tenda, in mancanza di un maggiormente preferito Bob Dylan... È passato un anno dalla Groenlandia e si è semplicemente cambiato ghiacciaio. Questa volta la Patagonia Cilena e la sosta è al campo tre a 1.300 metri di quota in piena bufera di neve, quindi con l’obbligo di restare a riposo in tenda. La voglia di ingannare il tempo mangiando è grande, ma è necessario rispettare le razioni di cibo così come è stato previsto. Al primo momento utile ci si sposta, non senza difficoltà e con la paura di vedere un compagno che finisce in un crepaccio e la reazione immediata per salvarlo prima che sia troppo tardi, il continuare a rimanere aggrappati alla sua corda per non farlo precipitare, cercando, sfidando il vento forte, di ritirarlo su, fino a quell’urlo liberatorio che esprime sì felicità, ma scarica anche adrenalina, rabbia, paura, tanta paura... Ora è tempo di filare in kayak a Capo Horn, pagaiando con tutta la forza per uscire dalle difficoltà di “uno dei mari più pericolosi al mondo”, dove il vento è il protagonista assoluto, velocissimo e capace di cambiare repentinamente direzione verso tutti i punti cardinali. In salvo, si arriva alle nove di sera a Puerto Toro, per essere accolti come amici in una casa con il riscaldamento acceso, con riso e pane fresco appena sfornato...

“Ogni viaggio porta con sé la volontà di appagare un bisogno di scoperta, di affermazione di libertà”, recita l’introduzione al libro e conoscendo Fabio Pasini non c’è niente di più vero. Negli anni ho capito che ci sono alcuni umani ispirati dal vivere quelle avventure che per altri (me compresa) sono pura follia: ma non vanno giudicati, no, questo no! Piuttosto andrebbero incontrati, interrogati. Da persona animata dalla curiosità, ho incontrato Ambrogio Fogar, Toni Valeruz e Fabio Pasini, appunto, a cui ho letto negli occhi una tale determinazione, una voglia di scoprire il mondo, di sfidarsi pur non cercando il rischio, di sperimentare, che va oltre ogni immaginazione. Forse, a pensarci bene, sono loro i novelli esploratori, alla stregua di chi, centinaia di anni fa, ci ha portati a conoscere, ad esempio, l’America o i Poli. Questo libro ha contenuti unici, meravigliosi appunti di viaggio, esperienze vere che hanno trovato una strada piuttosto tortuosa per giungere fino a noi, lettori finali di tutta una serie di avventure in ogni angolo del mondo, a qualsiasi latitudine o longitudine, con ogni clima, a mangiare cibi improbabili, a volte solo con se stesso a ripetersi “Si può fare”, perché le sue sfide non hanno mai sopraffatto il rispetto per la vita, per la natura, per questo nostro pianeta così tanto bistrattato (dagli altri, quelli che i turisti li fanno in altro modo). E quante emozioni ci racconta Fabio Pasini, quanti luoghi che noi probabilmente non vedremo mai, quanta passione per le sue “gite” in solitaria o quasi! In realtà è da ammirare per quella luce negli occhi di chi ha visto, ha spaziato con lo sguardo in orizzonti insoliti, si è confrontato davvero con il mondo e ha toccato con mano il senso di libertà.

 


 

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