Andare per silenzi

Andare per silenzi

Paesaggi scolpiti da epoche libere e selvagge, dove solo qua e là si scorge qualche traccia umana, dedali di penisole montuose e verdeggianti, fiordi e iceberg che si sovrappongono fino all’orizzonte, il limite estremo del mondo abitato dagli uomini ‒ l’ecumene ‒ stimolano l’immaginazione e la fantasia sui mondi che si sono succeduti nei millenni, fino ad indurre un “leggero senso di vertigine”. Non si tratta di un luogo qualunque: quello che Franco e Giovanna guardano da un’altitudine di 1.750 metri è la Groenland, ossia la Terra Verde, nome ricevuto dal vichingo norvegese Erik Rauda, ovvero Erik il Rosso, perché secondo la leggenda una terra con un bel nome avrebbe invogliato la gente ad andare in quel luoghi. Nel 982 d.C., Erik parti per la Groenlandia. Ritornato in Islanda, si imbarcò nuovamente con centinaia di compagni nel 986 d.C., fondando decine di fattorie e occupando la regione Osterbygden, “insediamento orientale”, e Vesterbygden, “insediamento occidentale”. Ruderi di fattorie si alternano alla costa frastagliata dei fiordi, che presero il nome dai pionieri della colonizzazione: Brattahlid, il fiordo dove si stabilì Erik e Gardar, dove invece si stabilì il vichingo Einar. Anche gli altri fiordi, che si susseguono verso nord e verso sud, portano nel loro nome il ricordo di altri capi, come Isafjord, Siglufjord e Ketilsfjord. Nelle terre insediate, i nuovi arrivati si dedicarono principalmente all'agricoltura e alla pastorizia, vivendovi per circa cinque secoli per poi estinguersi nel silenzio e nell’isolamento, senza più notizia alcuna: un mistero che spinge ad interrogarsi “sulla solitudine della nostra specie”…

Non solo la Groenlandia ma anche altre terre, più o meno estreme, sono l’oggetto del libro di Franco Michieli, luoghi che l’autore ha visitato e che racconta con un tale dettaglio e minuziose descrizioni da apparire chiari e quasi reali nella mente del lettore, il quale non può che perdersi nella narrazione: a partire da quelli della gioventù, come le Alpi che ha attraversato da mare a mare, da Ventimiglia a Trieste, fino ai vasti arcipelaghi sperduti nell’oceano, percorsi in solitario, o alla Cordillera Blanca, in compagnia di ragazzi peruviani. Già autore dei testi Scrivere la natura (con Davide Sapienza, 2012), Huascarán 1993. Verso l’alto. Verso l’altro (2013), La vocazione di perdersi (2015) e L'estasi della corsa selvaggia (2017), Michieli è, inoltre, giornalista, fotografo, divulgatore dell’escursionismo ed ha partecipato a numerosi documentari per trasmissioni di settore. In questo saggio, le sue “traversate”, spesso a piedi e in completa solitudine, sono caratterizzate dalla quasi totale assenza di tecnologie ed oggetti di ausilio, quali mappe, bussola, orologio ed altri strumenti, da scelte di itinerari inventati con notevoli difficoltà di orientamento, in modo che al centro del viaggio sia posto solo il rapporto uomo-natura. Sebbene alla maggior parte dei lettori queste possano sembrare vere e proprie imprese, non solo fisiche, ma anche psichiche, Michieli ammette che la vera impresa psichica “spesso è rientrare dal mondo naturale agli schemi della civiltà, e non viceversa. Ed è qui che capita di sentirsi davvero in solitudine, come se l’ambiente intorno non fornisse alcuna risposta… Si incontra un silenzio che non parla, opposto al silenzio della terra che contiene tutto”. La descrizione di questi contesti, che costituiscono, per l’autore, anche un’occasione per affrontare determinati temi, quali, ad esempio, la solitudine e la compagnia, portano inevitabilmente il lettore a meditare sullo stato della società odierna, non solo sempre più “connessa”, ma forse anche più isolata e più lontana dalla vere relazioni sociali. Altri passaggi lo inducono a riflettere sul ruolo della tecnologia, tanto nei viaggi, quanto nella vita quotidiana, tale da interferire nel rapporto tra capacità umana e realtà, fornendo sempre e comunque la risoluzione immediata ad ogni necessità. “È facile visualizzare ciò che stiamo perdendo: basta immaginare un’Odissea in cui il protagonista chiama ogni giorno Penelope con il satellitare…”. L’autore, infatti, si definisce come colui che si dedica “a tenere viva la cultura dell’imprevisto e del non pianificato, come forma di saggezza per il presente e il futuro”. Ma, allo stesso tempo, sottolinea come un viaggio abbia bisogno di risorse psichiche e fisiche e lunghi percorsi di preparazione, affinché non sia un mero andare alla cieca. Non solo questi, ma anche altri interessanti spunti di riflessione dai quali ognuno potrà trarre le proprie considerazioni anche in riferimento alle esperienze vissute e al proprio rapporto con la natura.



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