Andate tutti affanculo

Andate tutti affanculo

Pisa, primi anni Novanta. Andrea Appino corre per i corridoi della scuola, inseguito dai compagni bulli che lo vogliono punire. Ha sempre vissuto in una bolla di invisibilità che lo ha protetto ma ora quella bolla è esplosa e lui è visibile e indifeso. Tutto comincia da lì? Chi lo sa, forse no. Forse certa gente la musica ce l’ha dentro e forse è la vita che te la tira fuori come un cavatappi farebbe con un turacciolo dal collo di una bottiglia. Ma per Andrea la rivelazione arriva in un momento preciso ed è come assistere in diretta a un incidente automobilistico. Adrenalina, esaltazione, spavento. E il rumore dello schianto che avviene dentro la sua testa ha un suono preciso. Quello di Smells Like Teen Spirit dei Nirvana. E la visione dello schianto ha una forma precisa. Quella del video dei tre ragazzi di Seattle che si dimenano tra ragazze pon pon e bidelli con secchio e spazzolone. E la rivelazione ha un messaggio. Che i cantanti rock non devono per forza essere come lustrini, non devono brillare di bellezza e perfezione e che c’è un mondo di perdenti che attraverso i pick-up delle chitarre e dei bassi elettrici urla tutta la propria rabbia. Da quel momento, niente ha più valore. L’insediamento di Clinton alla Casa Bianca, l’autobomba davanti alla Galleria degli Uffizi, la cattura di Totò Riina, sono come lo scoppio di un minuscolo petardo. Il suono punk invade la sua vita. Insieme a Ufo e Karim mette su una band e la deriva ha inizio. Dentro un camper, a patire la fame, a suonare per una manciata di persone e poi macinare chilometri fino alla tappa successiva, senza dormire, con la rabbia in corpo che sale. Un gruppo, The Zen Circus, che sembra votato alla sfiga e che in qualche modo trova sempre il modo di bruciare e rovinare tutto sul più bello. E la rabbia sfocia in un grido che non sarà solo un gesto di liberazione ma anche il titolo di un disco: ”ANDATE TUTTI AFFANCULO!”…

Questo è Andate tutti affanculo. Un po’ storia vera, un po’ romanzo di formazione, un po’ manifesto di una generazione cresciuta negli anni Novanta sotto al cappello a fungo del punk e del grunge che non erano solo musica da ballare, pogare, ascoltare, ma anche linguaggio ed espressione di quanti non riuscivano a trovare le parole giuste e il posto giusto in un mondo che sembrava rifiutarli o, quantomeno, non ascoltarli. Dagli stessi autori, ovvero Appino, Ufo e Karim – rispettivamente voce e chitarra, basso e batteria degli Zen Circus – viene definito come un romanzo anti-biografico, definizione un po’ stramba ma in ogni caso calzante per un romanzo scritto a più mani e con la collaborazione di Marco Almerighi, premio Bagutta Opera Prima per Le nostre ore contate. Se lo stile non è sempre scorrevole, risentendo magari di questo ginepraio di mani che lo hanno creato, di certo possiamo considerarlo un manifesto rappresentativo di un’epoca alla quale guardare con una certa nostalgia. La musica contemporanea non appare infatti carica di un messaggio potente come quello di allora, non sembra dare voce a questa generazione di ragazzi patinati e forse non lo è nemmeno per chi la suona, a differenza delle band che negli anni Novanta si innestavano tra loro per creare nuova musica, non per un mero riscontro economico come appare più probabile funzioni oggi. Ecco allora comparire nella storia di Appino Ufo e Karim i Giardini di Mirò, i Verdena, Manuel Agnelli, Giorgio Canali, i Tre allegri ragazzi morti e il miglior Frankie Hi-nrg. Non bastasse l’eloquenza del titolo, nel racconto degli Zen si respira la stessa rabbia e la stessa voglia di farsi sentire che si respirava nei centri sociali e nei luoghi borderline dove si suonava tra alcol e sudore. L’evoluzione musicale della band toscana incontra, durante la narrazione, quella sociale. Il mondo attraversa il nuovo millennio e non senza dolore. Sullo sfondo il G8 di Genova, l’11 settembre di New York e altri eventi che hanno fatto la storia di tutti e che, in qualche modo hanno trovato posto nelle canzoni degli Zen Circus, tra le righe magari di una strofa, assieme alle loro storie più personali.



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