Andreas o I Riuniti

All’alba di un brumoso 12 settembre 1774, il giovane Andreas von Ferschengelder si guarda intorno con un certo disappunto nella calle in cui il barcaiolo lo ha fatto scendere senza troppe cerimonie né informazioni su dove si trovi. Cosa fare? Il giovane si immedesima nei panni di un viaggiatore che un cocchiere di piazza avesse fatto scendere in un luogo sconosciuto di Vienna e si chiede come trarsi d’impaccio in quell’ora antelucana, senza arrecare disturbo agli abitanti dei palazzi che lo circondano. Mentre spaesato, riflette sul dilemma se bussare a una delle famiglie sicuramente addormentate, ecco che nella strada risuonano dei passi che si rivelano appartenere a un gentiluomo avvolto in un mantello e col volto coperto da una maschera. Il suo incedere e la parlata che Andreas capisce, per sua fortuna, rassicurano Andreas sulla sua appartenenza a una classe elevata, anche se col procedere della conversazione e l’allentarsi del mantello alcuni particolari del vestiario quanto bizzarro dell’uomo, accendono in lui alcune perplessità: non ha le fibbie delle scarpe e nemmeno le braghe, indossa solo una camicia e calze allentate che lasciano i polpacci scoperti. L’uomo offre ad Andreas una camera in affitto in un palazzo a suo dire nobiliare e lo introduce in un palazzo cadente, con una scala sdrucciolevole. Andrea scoprirà ben presto che il conte è uscito all’alba per procurare il desinare alla famiglia, che la contessa è affaccendata in una certa questione di lotterie un’intensa scaletta di visite ai protettori della figlia minore, che per affittargli la stanza bisogna far sloggiare un certo pittore afflitto da dolori che solo una pesante pietra sullo stomaco può lenire. Sarà proprio questo giovane macilento ma di gradevoli fattezze a rivelargli molti interessanti particolari sulla famiglia che lo ospita, a partire dal “cugino” che lo ha introdotto, un giocatore incallito, capace di uscire di casa con una giacca di ricco broccato e tornare all’alba essendosi giocato financo le braghe e le fibbie delle scarpe. Tutta la famiglia lavora nel teatro che si trova dirimpetto al loro palazzo, che, Andreas ancora non sa in quel zona di Venezia sia collocato, dalla figlia Nina che è stata la prima attrice della famiglia, ai piccoli che recitano ruoli di nani o animaletti, al padre che ne è il custode… Sono tutti particolari che Andreas dovrà tacere nella lettera che si accinge a scrivere ai suoi, così come dovrà tacere sul gancio rotto della finestra, sulle macchie e la polvere che ha dovuto spazzare personalmente. Potrà invece vantarsi della pigione di due soli scellini al mese che è stata una vera benedizione, dato che durante il suo viaggio attraverso la Carinzia ha perso in una sola notte, per colpa di un servitore disonesto, metà del denaro che sarebbe dovuto servire per l’intero viaggio, ma anche di questo increscioso episodio, dovrà tacere nella lettera ai suoi genitori…

Andreas o I Riuniti è la grande opera incompiuta di Hugo von Hoffmannsthal, uno dei più grandi drammaturghi del XIX secolo, che vi ha lavorato per oltre un ventennio, a partire dal 1907 fino alla morte avvenuta nel 1927. Ha lasciato una mole immensa di appunti che definiscono in maniera molto dettagliata la storia, che avrebbe dovuto essere un romanzo circolare a carattere fiabesco, il cui protagonista, al termine del proprio viaggio di scoperta e di formazione, avrebbe dovuto idealmente riunirsi con la propria anima. Il libro si compone di una prima parte organica e compiuta e di una seconda parte costituita da un corpus di quelli che vengono definiti appunti, ma che in realtà si possono leggere come altrettanti bozzetti, alcuni dei quali hanno la caratteristica di rammentare scene teatrali. L’intera opera è un organico mondo fiabesco, fatto da scene talvolta fulminee ma assolutamente godibili, che creano un percorso di formazione unico nel suo genere. Andrea Landolfi che ne ha curato una nuova, fresca, godibile traduzione, a settant’anni dalla prima curata da Gabriella Bemporad per i tipi di Adelphi, ci ha raccontato, nel corso di un’intervista, di aver potuto visionare tutta la mole degli scritti preparatori dell’autore e di averne ricavato l’impressione che Hoffmannsthal abbia lasciato un vero e proprio romanzo compiuto, non una serie di frammenti e appunti e grazie a questo approccio organico, Del Vecchio ci offre una versione del capolavoro di uno degli intellettuali più completi e versatili dell’Ottocento che è scorrevole e godibile, nonostante essa riunisca migliaia di frammenti. Un romanzo corale i cui frammenti si ricompongono in un unico grande specchio nel quale si riflettono le velleità di una società immortalata sulle soglie di una decadenza senza ritorno, ma ancora caparbiamente, e incoscientemente aggrappata ai propri rituali, composta di protagonisti e comprimari che recitano grottescamente e non solo metaforicamente la propria, supposta, vagheggiata grandeur. Questa società ha la peculiarità di essere vista e raccontata attraverso gli occhi di un ragazzo che progressivamente perde la propria innocenza, senza, però, mai corrompersi davvero. Una lettura godibile per chi non si è mai confrontato con la versione pubblicata da Adelphi, ma assolutamente raccomandata anch3e a chi conosca già la traduzione classica di Gabriella Bemporad, perché Landolfi ha avuto accesso a molti appunti che non erano accessibili alla traduttrice settant’anni or sono.

 


 

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