Anime baltiche

Anime baltiche

C’è una parte di Europa che il tempo ha messo costantemente a dura prova. Una piccola porzione della vecchia Prussia in cui ogni popolo ha cercato di mettere i propri artigli per avere uno sbocco strategico sul Baltico. Qui, in un passato neanche troppo remoto, si camminava sottobraccio alla propria amata, si prendeva un caffè d’estate al sole e si mettevano in scena spettacoli musicali memorabili; esattamente come a Parigi o a Berlino. In Lettonia, a Riga per la precisione, c’era una delle librerie più importanti del continente, quella della casa editrice fondata da Janis Roze. Tutti amavano e conoscevano le sue agende o i sui libri con copertine in perfetto stile art nouveau, che il più freddo stile sovietico considerava troppo frivolo, bocciandolo definitivamente. Sempre Riga è la città in cui il piccolo Sergej Ėjzenštejn, il celebre regista caro al PCUS, imparava ad odiare suo padre, esempio incontrastato, ai suoi occhi, di borghese ricco e sfaccendato. Tutti i suoi film, persino quelli di propaganda sovietica, conserveranno un legame forte con quell’ostilità maturata negli anni verso un genitore troppo “capitalista”. A 300 chilometri di distanza, a Vilnius, capitale della Lituania, nasceva Loreta Asanaviciute, un nome che dice poco al mondo intero, ma che rimarrà indelebile nella travagliata storia lituana. Una ragazza come molte, desiderosa di amore e di libertà, Loreta sarà una delle tredici vittime nella Torre della Televisione dei carri armati sovietici di Gorbacëv, quella che farà commuovere tutta la nazione con la sua preghiera per un futuro davanti alle telecamere poco prima di morire. Un po’ più a sud, a Könisberg, la “collina del re”, la città di Kant, la giovane Hannah Arendt conosceva se stessa e la filosofia. Fuggita dalla casa natale per le infame persecuzioni razziali, non potrà mai tornarci, perché sulla mappa non esiste più. Quel cumulo di macerie diverrà nel 1945 il capoluogo dell’enclave baltica dell’Unione Sovietica con il nome di Kaliningrad, in onore di uno dei capi del Soviet Supremo…

Le pagine di questo bel libro di Jan Brokken sono infestate da fantasmi, anime di un passato baltico non più visibili ad occhio umano. Il quartiere ebraico di Vilnius, il centro elegante e monumentale della vecchia Kaliningrad, la ricchezza intellettuale di Riga: presenti nei racconti dei grandi intellettuali del passato, questi luoghi semplicemente non esistono più. Dopo anni di continui stravolgimenti, lotte, occupazioni, i Paesi baltici stanno cercando di ritrovare il loro passato. Nascono corsi di yiddish, si ristrutturano antichi teatri, i nomi di concittadini celebri vengono celebrati con i nomi di piazze e strade. Il grande scrittore e giornalista olandese offre un’ulteriore possibilità di redenzione e ricordo a questi luoghi, con la sua consueta penna asciutta, mai eccessivamente celebrativa o recriminatoria. La bravura del Brokken biografo sta nella capacità di raccontare senza scivolare nel desiderio morboso di accusare o assolvere qualcuno. Il punto di vista si sposta e molti eventi che hanno sconvolto il secolo vengono raccontati da un’angolatura diversa, nuova per molti lettori italiani. Si ricordano, ad esempio, gli scempi fatti in quei luoghi dalla classe dirigente sovietica, come Michail Gorbacëv, che nel 1991, un anno dopo aver ricevuto il Nobel per la Pace, invadeva con i carri armati la Lituania facendo vittime tra gli innocenti manifestanti per ottenere l’agognata libertà. Esattamente come per il loro importante passato, le nazioni che si affacciano sul Mar Baltico si sono riappropriate di un presente che le rende nuovi ed interessanti centri di cultura. Una accanto all’altra in una stretta di mano lunga quanto la Via Baltica, quella straordinaria catena umana formatasi spontaneamente che corse per più di 600 chilometri il 23 agosto del 1989.



 

 

 

 
 
 
 

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