Anna Magnani

Anna Magnani

Il giorno dopo la sua morte le persone immobili sotto la pioggia sono a dir poco centinaia. Non c’è nulla da aspettare, ma loro aspettano lo stesso. Sono le dieci del mattino. È il 27 di settembre del 1973, un giovedì. Siamo a Roma, in via Antonio Bertoloni, civico 34, quartiere Parioli. È l’indirizzo di una celebre clinica privata, la “Mater Dei”. Qui da poche ore si è spenta, per un cancro al pancreas che l’ha divorata da dentro senza risparmiarle né coma né agonia, Anna Magnani. Anna. Nanna. Annarella. Nannarella. La diva più amata. Che nella sua ultima estate ha valutato di tornare al teatro, insieme a Gigi Proietti. Che qualche giorno prima è stata sbattuta, con la consueta malagrazia del giornalismo da strapazzo, in prima pagina: la testata “Momento-Sera”, il titolo La Magnani sta morendo! La folla urla. Vuole entrare. Vuole vederla. Porgerle l’ultimo saluto. Rischia di buttare giù il cancello. Valeria, che cura gli interessi dell’attrice, si mette d’accordo con la collega Silvana, il direttore della casa di cura e il figlio Luca: alle cinque di pomeriggio le porte della camera ardente sono aperte. Un mare di gente. Lei riposa, tra le rose rosse. In mano un rosario di corallo, in un angolo quattro suore. Il suo volto è stato truccato amorevolmente da Roberto Rossellini, che pure tanti anni prima le ha spezzato il cuore per andarsene con Ingrid Bergman, allora regolarmente sposata con Peter Lindstrom (e sarà lui a chiedere il divorzio). È il delirio. Le madri la fanno conoscere ai figli, persino piccolissimi, tra le lacrime, con l’affetto che si regala a una persona di famiglia, amata, l’ammirazione che si rivolge a un personaggio della storia, quasi quasi, se non suonasse iperbolico e blasfemo, la devozione che si tributa a una santa. Mercoledì ventisei settembre Anna è morta, eppure è apparsa sul piccolo schermo: all’annuncio della sua morte va infatti in onda Correva l’anno di grazia 1870, diretto da Alfredo Giannetti, con Mario Carotenuto, Osvaldo Ruggeri, Duilio Cruciani e, tanto per gradire, Marcello Mastroianni. L’Italia si ferma. Lei è la protagonista. Quaranta milioni di telespettatori, roba che nemmeno la Nazionale di calcio, o forse giusto quella. Lei, per varie ragioni, non ha mai potuto vederlo per intero, finito, montato, quel suo ultimo film: ha sempre detto che l’avrebbe guardato alla televisione, curiosa di sapere, dopo, come lo avrebbe giudicato il pubblico, e soprattutto come avrebbe giudicato lei. Ricorda infatti lo stesso Giannetti il suo raccomandarsi al figlio che l’apparecchio televisivo di casa, quando ancora in lei è viva la speranza di tornarci, funzioni a dovere, e poi la sua scelta di farsi sistemare uno schermo nella stanza della clinica una volta avuta la consapevolezza che da lì non sarebbe uscita. Ma il tempo, ancora una volta, le gioca un tiro mancino…

Una delle più grandi attrici di sempre, italiana e non solo. Il volto di Roma. Di una romanità autentica. O quantomeno di tutto ciò che viene attribuito come autentico e immediato, in genere, alla romanità. La schiettezza. La sincerità. L’immediatezza. Il lessico un po’ sboccato, incisivo, caustico. La bonomia sorniona e sbruffona. Una certa ruvidezza. Una generosità esagerata fin quasi al parossismo. Un’idiosincrasia innata per la falsità, fiutata lontano un miglio. La totale assenza di timore reverenziale, e una gran passione per il confronto, anche aspro. Il pudore per la dolcezza. Questo, e altro. Luoghi comuni? Certo, anche, ma non solo. La voce, poi. Inconfondibile. Imparagonabile, soprattutto con quella di certe attrici di adesso, che per non apparire stonate, perché incapaci di dare il tono, la giusta coloritura alla battuta, sussurrano, o strillano o soffiano. Lei, invece, è un vero monumento. Perché le espressioni sul suo volto non prendono – il presente è d’obbligo, è morta ma immortale, perché ancora possiamo ricordarla e persino vederla, nei suoi vecchi e sempre nuovi film – semplicemente vita, si scolpiscono. La sua corsa fuori dal portone di via Raimondo Montecuccoli, a Roma, al Prenestino, dietro al camion di tedeschi che le porta via il suo Francesco, la sequenza simbolo di Roma città aperta, che la rese indimenticabile anche agli occhi di Ungaretti, quella sora Pina ispirata alla vera figura di Teresa Gullace (e Rossellini non dimentica di ricordarla: ascoltate bene l’audio del film), tanto per dirne una, forse persino la più banale, è semplicemente storia. È stata chiunque essendo sempre unica, e inimitabile, diva sullo schermo e donna che ha avuto tante sofferenze nella vita, di lei ha detto meraviglie chiunque, Zeffirelli, Montanelli, Tennessee Williams, Marisa Merlini, Fellini, Renoir… Gagarin l’ha persino salutata dallo spazio. Cinque nastri d’argento, due National Board of Review awards, due David, un globo d’oro, un Oscar, un Golden Globe, una Coppa Volpi, un orso d’argento, un BAFTA e un Sant Jordi, solo per citare i principali riconoscimenti alla sua arte: il palmarès parla da sé. Con passione, impegno e una prosa limpida e avvincente come quella di un romanzo Matteo Persica (prefazione di Maurizio Liverani, introdotta da un ricordo di Fabrizio Sarazani) scrive una biografia – il sottotitolo Biografia di una donna è quanto di più chiaro e azzeccato si potesse chiedere – che andrebbe presa a modello: senza un briciolo di noia o di retorica, si fonda su una messe di documenti e testimonianze (basta scorrere velocemente le note bibliografiche) da far tremare le vene dei polsi, per un lavoro quasi decennale che ha dato un frutto saporito e gustoso, un ritratto in cui non manca nessuna sfumatura.



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