Anna Senzamore

Anna Senzamore

È giovedì 21 aprile, corre l’anno 1932 e il Natale di Roma si festeggia in un salone riccamente decorato. Fuori inizia a prendere forma un accenno di tempesta, ma nessuno sembra preoccuparsene tra la crème de la crème della zona: il Prefetto, il Podestà, il Pretore, il Segretario Federale, un Grand’Ufficiale, un Capitano d’artiglieria, professori, avvocati, dottori e le relative dame. Tra tutta questa bella gente Nino Bosio sta guardando nella sala, scruta le provincialissime dinamiche sociali e cerca nella folla la gente che conosce. Berto, conoscente non proprio amico, ragioniere cinico e calcolatore si avvicina e lo accompagna nella visione. Anton, cioè Toni Von Kitrowski, sta ballando con Elena, la bellissima moglie del suo socio Ulisse, che oltre ad essere suo partner in affari gestendo una piccola impresa di vini e spiriti, è il suo miglior amico. Ma stasera non sembra proprio essere così. Ulisse guarda ballare l’avvenente Elena tra le braccia dell’amico e la coda del suo occhio vigile li segue con disappunto malcelato. Nel frattempo Anna, creatura quasi eterea, sorella di Nino e maestra, come la madre, si aggira per la sala intrattenendo gli ospiti. La bufera fuori imperversa e chi deve scendere a valle dal maniero in cui i festeggiamenti si stanno tenendo inizia a preoccuparsi, ma le bollicine nei calici suggeriscono di non interrompere la festa, solo trasferirla a casa Von Kitrowski. Nell’ebbrezza generale il nugolo di irriducibili decide di muovere verso la villa del più ricco degli amici, tra il disappunto e la reticenza di Anna. Al diradarsi delle nuvole, al mattino, un temporale del tutto diverso si scatena sul paesino, su casa Von Kitrowski per l’esattezza: l’uomo è stato assassinato, e le nubi si addensano sulla povera Anna Bosio…

Un giallo di quelli che inizia letteralmente e letterariamente con “Una notte buia e tempestosa…”, questo con cui Eugenio Giudici torna a parlare degli anni Trenta, che gli piacciono proprio, si direbbe. Nel 2013 era stato L’ultimo galeone (Castelvecchi) a solcare un 1936 in cui il panorama era tutto internazionale, in una storia che curiosamente accomunava due Paesi che più diversi non si può, la Russia e la Spagna, questo l’anno dopo essere arrivato in finale con una raccolta di racconti di Piccole storie al Premio Calvino. E una piccola grande storia è in fondo anche questo romanzo in cui gli anni Trenta si colorano della tonalità della provincia italiana, un universo in miniatura in cui piccoli potenti fanno da squali, gli schiacciati condividono le sorti di tutti i sottomessi, nelle grandi e piccole proporzioni geografiche. Ma entrambe le categorie si spartiscono uno spazio ridotto, tutti nei confini di un raccolto paesino, dividono lo stesso terreno, la stessa storia. E poi c’è Anna, che pur nel suo essere estremamente dimessa sovrasta tutti, personaggio femminile che è insieme vittima e protagonista assoluta delle pagine in questione. Al suo comparire si addolciscono le parole di chi scrive, autore che non nasconde gli sguardi più puri e ammaliati su/per lei; tra ricercatezze lessicali, arcaismi, tracce di postmodernismo, formulazioni surreali che ricordano vagamente certe pièce teatrali proprio degli anni del preguerra, la vicenda avvince, diverte e lascia sospirare tra quel bel profumo di sigaro Turmac appena battuto e i gelsomini piantati in giardino.



 

 

 
 
 
 

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