Annus mirabilis

Annus mirabilis
La Peste Nera arriva una mattina del 1666 ad Eyam, un piccolo e isolato villaggio di montagna del Derbyshire, in Inghilterra. Michael Monpellion, il coraggioso rettore della Chiesa episcopale del villaggio, indice un’assemblea di tutti gli abitanti di Eyam, che decidono di isolare il paese in una quarantena che eviterà il diffondersi del contagio alle cittadine limitrofe, ma metterà in gravissimo pericolo la vita di ogni abitante di Eyam. Anna, già vedova con due bambini a diciotto anni, deve affrontare lutti, tragedie e dolori, ma anche lo sbocciare di nuove amicizie e di un amore proibito…
Dopo tanti anni passati a dettare corrispondenze dalla Striscia di Gaza, dalla Bosnia o da dove volta per volta il vento della guerra la portava, Geraldine Brooks ha deciso per il suo esordio letterario di circoscrivere la portata del suo sguardo ad un piccolo, remoto villaggio della campagna inglese. Complice di questa solo apparentemente strana scelta il caso, che nel 1990 ha voluto che la giornalista si trovasse a visitare, incuriosita dalla definizione “Plague Village” letta su un segnale stradale, il villaggio di Eyam. A cavallo tra il 1665 ed il 1666, quella piccola cittadina fu teatro di eventi a metà tra il drammatico e l’epico: con un viaggiatore arrivato da Londra giunse la Peste, che dopo poche settimane iniziò a falciare decine di vittime. Invece di fuggire ed abbandonare il loro luogo natio, con la speranza di salvarsi ma anche con la certezza di contribuire a diffondere il contagio nelle località circostanti, il popolo di Eyam, guidato dal suo coraggioso rettore (il cui vero nome era William Monpesson), si chiuse in un rigido isolamento, che portò in 14 mesi almeno 260 morti, ma ne evitò innumerevoli altri. Nel 1842, William Wood, uno dei discendenti dei pochi superstiti, ebbe a scrivere a proposito di questa scelta: “I combattenti delle Termopili o di Maratona non meritano maggiore ammirazione da parte delle generazioni future degli abitanti di Eyam”. Profondamente colpita da un tale atto di coraggio e responsabilità civile e commossa dai tanti racconti tramandati di tenerezza ed aiuto reciproco tra compaesani malati e non, la Brooks ha scritto un romanzo emozionante per gli occhi e per il cuore. Con una mano infatti l’autrice dipinge i colori tenui, liquidi e sognanti della campagna inglese e con l’altra quelli lividi, scuri e corruschi della malattia, della decadenza e della morte, mentre al centro, più che lo svolgersi dell’epidemia (il cui esito conosciamo già dal primo capitolo del romanzo), viene posto il groviglio di sentimenti che lega la protagonista Anna ai coniugi Monpellion. Tra amore, dolore, peccato, sensi di colpa, religiosità e ribellione, i personaggi principali mutano, si evolvono, si svelano sotto i nostri occhi, senza mai concedere nulla alla banalità, tranne forse nel finale un po’ troppo virato melò. Interessante anche la sottotrama “materialistica”, con il graduale rifiuto della superstizione e della concezione della malattia come punizione divina, e la comprensione istintiva delle epidemie come fenomeno naturale, inserito perfettamente nell’equilibrio ecologico del mondo.

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