Antabus

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Istanbul, lunedì mattina. Leyla si è gettata dalla finestra della camera di ospedale in cui era ricoverata, lo hanno detto anche sul giornale, si è lanciata con la sua bambina e l’altra che portava in grembo. Era arrivata lì tutta pugni e lividi, è stato il marito Remzi a ridurla così. Rewind. Leyla non si è gettata, sul giornale c’è scritto che ha ucciso il marito ma ha ottenuto la legittima difesa. Lo ha fatto per proteggere le sue due bambine così piccole, per salvare loro la vita. Rewind. Leyla non si è gettata né ha ucciso il marito, anzi lo ha denunciato per violenza domestica diventando un simbolo e un sostegno per moltissime donne turche nella sua condizione. Quale di queste è la vera verità? A Leyla ha preso il reflusso della parlantina, così lo chiama, è come il reflusso gastrico ma dal suo corpo escono parole anziché fluidi, le parole che ha dovuto ingoiare e tenere dentro per anni, parole solide e dure come la pietra, parole della sua lingua povera imparata dalla tv. Leyla non ha potuto studiare: da giovanissima è andata a lavorare alla fabbrica tessile, per aiutare il padre e lo zio a realizzare il sogno di aprire un’azienda tutta loro e comprare una casa. La fabbrica in cui tutte le ragazze hanno occhi solo per Ömer, il caposquadra, mentre il dispotico signor Hayri mette i suoi, di occhi, a quelle vestite in modo troppo appariscente…

Leyla, per sua stessa ammissione, si è laureata in televisione. Non ha avuto le stesse possibilità di ragazze più ricche e fortunate, che hanno frequentato l’Università grazie a un padre amorevole che ha dato loro il permesso. La sua laurea emerge tutta nel suo modo di esprimersi: parla soprattutto per metafore e slogan, usa quel linguaggio semplice ed elementare che qui da noi un tempo si definiva “della casalinga di Voghera”. La scrittura di Seray Sahiner è così diretta che rende la storia della sua protagonista ancora più tagliente, dura come le botte e gli abusi che tutti i personaggi maschili del romanzo le hanno inflitto. Antabus è però anche un libro scritto “male”, ed è necessario che lo sia per adeguarsi a Leyla, al suo tono e al suo vocabolario. La trama lascia molte porte aperte, come certe serie tv su cui vengono girati finali alternativi, per poi mandare in onda quello che incontrerà il migliore gradimento del pubblico. Leyla fa la stessa cosa: ci presenta diverse varianti, diversi finali, lasciando a noi la scelta di quello che preferiamo. Il lavoro di traduzione ha reso impeccabilmente questi aspetti posto che fosse il reale intento dell’autrice. Ci auguriamo che sia così, perché altrimenti Antabus sarebbe una bella storia scritta male e basta.



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