Antistoria degli italiani

Antistoria degli italiani

L’antistoria degli italiani inizia nel 476 dopo Cristo: da quel momento, infatti, crollato l’impero romano d’Occidente, inizia una storia di mescolanze etniche tra “barbaros” e “genti italiche” che avrà il senso della cesura, della rottura, del grande trapasso dalla storia dei Romani antichi – con cui gli abitanti odierni del Bel Paese non hanno nulla in comune – a quella di una popolazione, gli italiani, frutto di mescolanze storico-geografiche tra germani, unni, ostrogoti, e poi arabi, normanni, francesi, spagnoli, austriaci. Insomma, perduta la purezza dell’antica stirpe romana, inizia l’avventura del protoitaliano caratterizzato da: individualismo sfrenato, mancanza di rispetto della cosa pubblica, incapacità di organizzare e soprattutto una tendenza a abbandonare qualunque tipo di ragionamento analitico-deduttivo per un pensiero frammentario e superstizioso, spinto ben oltre i confini di ogni logica. Si avvia così, lungo il crinale di secoli che non hanno modificato il genotipo iniziale, la storia (ma in questo senso, sì, meglio parlare di ‘antistoria’) degli italiani. Nulla cambierà più, fondamentalmente, in questa sorta di puzzle che è l’Italia dopo l’impero d’occidente: al nord una maggiore coesione del Regno d’Italia, al sud i particolarismi di una struttura fortemente improntata alla presenza contemporanea di Bizantini in Puglia e Calabria, Arabi in Sicilia. In età comunale, poi, al nord l’esplosione socio-politica dei mille comuni, poi Signorie, al sud l’avvicendarsi di dominazioni straniere in maggior parte di origine mediterranea e nordafricana. Sostanzialmente estranei, dunque, il nord al sud dell’Italia, le cose continueranno così fin quando nell’Ottocento, la monarchia sabauda avrebbe avuto bisogno dei territori meridionali: «L’Italia doveva servire al Piemonte, qualora fosse esistita». E così fu. Gli italiani, dunque, fino a questo momento non esistono, e continueranno a non esistere anche quando l’Italia sarà stata fatta. Sarà D’Azeglio a dire «fatta l’Italia, occorre fare gli italiani», per quanto poi, in privato, scrivesse con sdegno nordista che «unirsi ai napoletani è come andare a letto con un lebbroso». Decenni di governi liberisti, intesi a far quadrare i bilanci e disinteressati alle sorti delle genti italiche, non riuscirono a creare i presupposti di un sol popolo, benché si sforzarono di creare il mito sacro della Patria. Fu il fascismo che, per fini meramente ideologici, creò per la prima volta in Italia il senso degli italiani appartenenti alla stessa “razza” ed alla stessa “patria”. Negli anni del ventennio, tutti indossarono infatti stivali e camicia nera, e la guerra di opposizione al regime fu opera di pochi dissidenti. Moltissimi italiani cominciarono a simpatizzare con i partigiani (pochissimi) solo per odio verso i tedeschi, quindi a guerra quasi terminata. Iniziò allora un indottrinamento per cui la guerra di resistenza divenne la Resistenza partigiana con annessi riti e miti di libertà e democrazia: dopo aver vinto una “guerra santa” i vincitori vollero demolire la portata ideologica politica e sociale dell’avversario, quindi tutti antifascisti per convinzione. Questo ondeggiare da destra a sinistra, per convenienza, opportunismo e semplice senso pratico è un tratto che l’italiano tipo conserva ancor oggi: dai governi della prima Repubblica all’ondata “populista” dei 5 stelle, l’istinto porta gli italiani all’applauso fideistico a Salvini…

Un libro di storia che viene scritto con coraggio e con determinazione, lucida e cinica, scoprendo il lato oscuro della coscienza degli italiani. Una vera e propria antistoria in effetti, che brucia le mitologie acritiche di tante riscritture storiografiche lasciando emergere sotto una pelle traslucida di semplice ed immediata affabulazione il gene rimosso dell’italianità. Una antistoria scritta fuori dagli schemi non solo ideologici, ma perfino stilistici della tradizione: pochissime le note a piè di pagina, rari gli accademismi e i compiacimenti stilistico espressivi, per un libro che non è affatto antitaliano, ma svela (o meglio rivela, riconducendo a coscienza ciò che appare rimosso) il cromosoma profondo di ogni italiano: spiegando così una storia altrimenti incomprensibile di un Paese che si è aggregato per lingua, per geografia, per cultura, per confini politici e che ancora fatica, però, a superare la mera aggregazione di diversità verso il miraggio dell’unità o dell’unitarietà. Il libro è una nuova edizione, ampliata, aggiornata e riscritta del saggio uscito per Mondadori nel 1997.

LEGGI L’INTERVISTA A GIORDANO BRUNO GUERRI



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